Il ritorno dell’inflazione ha riportato al centro dell’attenzione il tema del fiscal drag, o drenaggio fiscale, cioè l’incremento del prelievo che può verificarsi quando i redditi nominali aumentano, anche soltanto per recuperare l’aumento dei prezzi, mentre alcuni parametri del sistema tributario non vengono adeguati nella stessa misura.

Il fiscal drag non costituisce una nuova imposta e non deriva necessariamente da un aumento formale delle aliquote. È invece un effetto connesso alla struttura progressiva dell’Irpef e all’interazione tra crescita nominale dei redditi, aliquote, scaglioni, detrazioni e altre soglie rilevanti ai fini fiscali.

Il fenomeno è stato analizzato anche dalla Banca d’Italia nel lavoro “Drenaggio fiscale, politiche discrezionali e potere d’acquisto delle famiglie italiane negli anni 2022-2025”, pubblicato nel gennaio 2026 da Nicola Curci e Antonella Tomasi. Lo studio utilizza il modello di microsimulazione BIMic della Banca d’Italia per distinguere, nell’evoluzione del reddito disponibile delle famiglie, gli effetti dell’adeguamento nominale dei redditi all’inflazione, del drenaggio fiscale, dell’erosione dei trasferimenti assistenziali, della crescita reale dei redditi e delle misure discrezionali adottate dal legislatore.

Il meccanismo può essere illustrato distinguendo tra reddito nominale e reddito reale. Un aumento della retribuzione espresso in euro non equivale necessariamente a un aumento della capacità di acquisto. Se, per esempio, un reddito nominale aumenta in misura analoga all’inflazione, il suo valore reale può rimanere sostanzialmente invariato. Se contemporaneamente aumenta l’imposta netta dovuta, il recupero dell’inflazione può risultare parziale anche dopo l’incremento nominale della retribuzione.

L’effetto è particolarmente rilevante per i contribuenti soggetti all’Irpef ordinaria, tra i quali rientrano lavoratori dipendenti e pensionati.

Per il periodo d’imposta 2026, l’articolo 11 del Dpr 22 dicembre 1986, n. 917, Testo unico delle imposte sui redditi, prevede tre aliquote Irpef:

Il testo vigente dell’articolo 11 conferma quindi, per il 2026, l’aliquota del 33 per cento sul secondo scaglione.

La progressività dell’imposta deve essere considerata correttamente: quando il reddito supera il limite di uno scaglione, l’aliquota superiore non viene applicata all’intero reddito, ma soltanto alla quota che ricade nello scaglione successivo.

Il drenaggio fiscale, tuttavia, non dipende esclusivamente dall’eventuale passaggio da uno scaglione all’altro.

Un secondo elemento è rappresentato dalle detrazioni Irpef, alcune delle quali diminuiscono al crescere del reddito complessivo. Ne consegue che un aumento nominale del reddito può determinare non soltanto una maggiore imposta lorda, ma anche una variazione delle detrazioni spettanti. Per valutare l’effettiva variazione del prelievo è quindi necessario considerare l’imposta netta e non la sola aliquota marginale.

In questo contesto si collocano alcune simulazioni elaborate dagli economisti Marco Leonardi, professore di Economia politica all’Università degli Studi di Milano, e Leonzio Rizzo, professore di Scienza delle finanze all’Università di Ferrara.

Le stime più recenti attribuite ai due economisti riguardano il possibile impatto del fiscal drag nel biennio 2026-2027 e devono essere considerate, appunto, come simulazioni condizionate all’andamento futuro dell’inflazione, non come dati di gettito già realizzati.

Secondo tali elaborazioni, riportate dalla stampa economica, in uno scenario centrale il maggiore prelievo riconducibile al drenaggio fiscale sui redditi da lavoro dipendente e da pensione potrebbe essere pari a circa 8,1 miliardi di euro nel biennio 2026-2027. Nella simulazione, circa 6 miliardi sarebbero riferibili ai lavoratori dipendenti e circa 2 miliardi ai pensionati.

La stessa simulazione produce valori superiori in presenza di ipotesi inflazionistiche più elevate. Con un aumento cumulato dei prezzi pari al 6 per cento nel biennio, la stima viene indicata in circa 9,35 miliardi di euro; nell’ipotesi più elevata considerata, corrispondente a un’inflazione cumulata dell’8,2 per cento, il maggiore prelievo stimato raggiungerebbe 12,74 miliardi di euro.

Il valore vicino ai 13 miliardi non rappresenta quindi una quantificazione ufficiale delle entrate dello Stato né un importo già maturato: è il risultato di uno specifico esercizio di simulazione e dipende dall’ipotesi formulata sull’andamento dei prezzi nel 2026 e nel 2027.

Gli stessi Leonardi e Rizzo, in un intervento pubblicato il 19 settembre 2026, hanno richiamato nuovamente il possibile effetto del ritorno dell’inflazione sul drenaggio fiscale, indicando per gli scenari esaminati valori dell’ordine di alcuni miliardi di euro e sottolineando la forte dipendenza delle stime dal livello dell’inflazione cumulata nel biennio.

Il quadro inflazionistico è nel frattempo mutato.

Secondo i dati definitivi Istat, nell’agosto 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, il NIC, è aumentato dello 0,5 per cento rispetto a luglio e del 3,3 per cento rispetto ad agosto 2025, accelerando rispetto al +2,9 per cento registrato a luglio.

L’Istat attribuisce l’accelerazione soprattutto alla dinamica dei beni energetici. Nell’agosto 2026 i prezzi degli energetici regolamentati registravano un incremento tendenziale del 18,6 per cento, mentre quelli degli energetici non regolamentati aumentavano del 17 per cento.

Nello stesso mese l’inflazione di fondo, calcolata escludendo energetici e alimentari freschi, era invece pari all’1,5 per cento, in lieve rallentamento rispetto all’1,6 per cento di luglio. L’inflazione acquisita per l’intero 2026 risultava pari al 2,9 per cento per l’indice generale.

È importante distinguere questo dato dalla dinamica del cosiddetto “carrello della spesa”. L’Istat rileva infatti che, ad agosto 2026, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona erano aumentati dello 0,9 per cento su base annua, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto registravano un incremento del 4,3 per cento.

L'aumento generale dei prezzi non si trasferisce automaticamente e integralmente sui salari.

Per i lavoratori dipendenti, gli adeguamenti delle retribuzioni dipendono principalmente dalla contrattazione collettiva, dagli accordi aziendali e dalle dinamiche individuali delle retribuzioni. Gli incrementi nominali così riconosciuti concorrono, salvo specifiche esclusioni previste dalla legge, alla formazione del reddito imponibile.

Per le pensioni opera invece il sistema di perequazione automatica, attraverso il quale i trattamenti vengono rivalutati sulla base dei parametri previsti dalla normativa vigente. Anche l'aumento nominale derivante dalla rivalutazione può incidere sull'imponibile Irpef del pensionato.

Da un punto di vista economico e tributario, per quantificare il fiscal drag non è quindi sufficiente osservare l’aumento complessivo del gettito Irpef.

L’aumento delle entrate può infatti dipendere contemporaneamente da diversi fattori: crescita dell’occupazione, aumento reale dei redditi, recuperi nominali legati all’inflazione, modifiche legislative dell’imposta, variazioni delle detrazioni e operare della progressività.

Per questa ragione, l’effetto specificamente riconducibile al drenaggio fiscale deve essere stimato attraverso modelli che confrontino l’andamento effettivo dell’imposizione con quello che si sarebbe registrato in assenza dell’aumento nominale dei redditi dovuto ai prezzi.

Anche il lavoro della Banca d’Italia invita a considerare congiuntamente fiscal drag e interventi discrezionali adottati attraverso le politiche di bilancio.

Per il periodo 2022-2025, la Banca d’Italia rileva che, in media, le famiglie avevano recuperato nel 2025 il potere d’acquisto perso durante lo shock inflazionistico seguito alla crisi energetica e che le misure discrezionali adottate nel periodo avevano, complessivamente, più che compensato gli effetti del drenaggio fiscale e dell’erosione dei trasferimenti.

Il risultato non è stato tuttavia uniforme lungo la distribuzione dei redditi: secondo lo studio, le famiglie appartenenti ai tre quinti centrali avevano più che recuperato la perdita di potere d’acquisto; per il quinto più basso la crescita del reddito disponibile era stata sostanzialmente in linea con l’inflazione, mentre per il quinto più elevato risultava lievemente inferiore.

Questi dati riguardano però il periodo concluso nel 2025 e non possono essere automaticamente estesi al nuovo quadro inflazionistico del 2026.

Per quanto riguarda il 2026, i dati Istat disponibili mostrano segnali differenti a seconda dell’indicatore considerato.

Nel primo trimestre 2026, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dell’1,6 per cento rispetto al trimestre precedente. Nello stesso periodo i consumi sono aumentati dell’1,4 per cento e, tenendo conto della dinamica dei prezzi, il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto dello 0,8 per cento su base congiunturale.

Sempre nel primo trimestre, la pressione fiscale, calcolata dall’Istat come rapporto tra entrate fiscali e contributive e Pil, è stata pari al 37,6 per cento, 0,3 punti percentuali in più rispetto allo stesso trimestre del 2025.

Anche in questo caso, il dato sulla pressione fiscale non equivale alla misura del fiscal drag: si tratta di due indicatori distinti.

La pressione fiscale misura infatti il peso complessivo delle entrate tributarie e contributive rispetto al prodotto interno lordo. Il fiscal drag descrive invece un particolare effetto della progressività dell’imposizione sui redditi in presenza di crescita nominale legata all’inflazione.

Sul quadro macroeconomico, nelle previsioni pubblicate nel giugno 2026 l’Istat indicava una crescita del Pil italiano dello 0,7 per cento nel 2026 e dello 0,7 per cento nel 2027.

Nella stessa previsione, i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private erano indicati in crescita dello 0,6 per cento nel 2026, dopo il +1,1 per cento del 2025. L’Istat spiegava il rallentamento anche con la minore dinamica delle retribuzioni pro capite e con l’aumento dell’inflazione, destinato a incidere sul reddito reale delle famiglie.

Queste previsioni vanno comunque tenute distinte dai dati successivamente acquisiti nel corso dell’anno e dalle valutazioni formulate successivamente dal Governo o da altre istituzioni.

Il quadro complessivo mostra quindi tre livelli che devono essere mantenuti separati.

Il primo è un dato normativo: nel 2026 l’Irpef mantiene una struttura progressiva a tre scaglioni, con aliquote del 23, 33 e 43 per cento.

Il secondo è un dato economico osservato: nell’agosto 2026 l’inflazione NIC ha raggiunto il 3,3 per cento annuo e l’inflazione acquisita per l’anno il 2,9 per cento.

Il terzo riguarda le stime sul fiscal drag futuro: gli importi compresi tra circa 8 e 12,74 miliardi per il biennio 2026-2027 derivano da simulazioni economiche attribuite a Leonardi e Rizzo e cambiano al variare delle ipotesi formulate sull’inflazione. Non costituiscono previsioni ufficiali del MEF, dell’Istat o della Banca d’Italia né gettito già acquisito.

Il fiscal drag rappresenta pertanto un possibile aumento del prelievo effettivo collegato alla crescita nominale dei redditi in un sistema tributario progressivo i cui parametri non sono integralmente indicizzati all’inflazione.

L’entità che il fenomeno assumerà nel 2026 e nel 2027 potrà essere determinata soltanto sulla base dell’effettivo andamento dei prezzi, delle retribuzioni e delle pensioni, nonché delle eventuali modifiche legislative a scaglioni, aliquote, detrazioni e altri elementi dell’Irpef.