"I soldi li restituirei, se mi faceste giocare a poker. Andrei alle finali mondiali, ma mi avete bloccato". È quanto Mario Adinolfi avrebbe risposto al gip quando gli è stato chiesto come intendesse restituire le somme affidategli dai clienti della cosiddetta "Scommessa Collettiva", il sistema attraverso cui, secondo l'accusa, sarebbero stati raccolti circa 4,7 milioni di euro con la promessa di guadagni attraverso le scommesse sportive. La risposta dell'ex parlamentare ha contribuito alla decisione del Tribunale del Riesame di Roma di non revocare gli arresti domiciliari. Nelle motivazioni i giudici spiegano che "il pericolo di recidiva è (…) attuale perché Adinolfi ha esplicitato l'intenzione di continuare a giocare, evidentemente sempre con denaro altrui, visto che si è dichiarato (…) indigente".
L'accusa sostiene che circa 1,6 milioni di euro sarebbero stati destinati a spese personali, tra cui viaggi, quadri, gioielli e imbarcazioni, oltre alla restituzione di un prestito alla madre e al pagamento degli affitti dell'abitazione familiare e della sede della formazione politica del "Popolo della famiglia". Nel procedimento emerge anche una contestazione fiscale: Adinolfi è accusato di non aver dichiarato circa 400 mila euro. Secondo i giudici, "ha mostrato un totale disinteresse rispetto agli obblighi fiscali (…) confidando nella possibilità di sottrarsi ad ogni forma di recupero in ragione dell'ostentata indigenza (…) in contrasto platealmente con i mirabolanti guadagni rivendicati per il passato, per sé e per i propri clienti".
Il Riesame ha inoltre rilevato la mancata spiegazione delle presunte clausole irregolari contenute nel regolamento della Scommessa Collettiva e la persistente rivendicazione della "correttezza della sua attività". Adinolfi, arrestato a luglio, si trova ora nel carcere di Regina Coeli dopo la violazione del divieto di utilizzare i social durante i domiciliari. Secondo quanto contestato, avrebbe pubblicato 49 articoli sul proprio blog e 13 post su Facebook, arrivando anche a diffondere l'ordinanza di carcerazione. I suoi legali hanno annunciato ricorso contro il provvedimento, definito un "bavaglio digitale".