L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno ha raccontato al Corriere della Sera le sensazioni vissute al termine di un anno e mezzo di detenzione, soffermandosi sulle persone incontrate durante la permanenza in carcere e sulle condizioni della giustizia penale.
Alemanno ha descritto come particolarmente intenso il momento dell’uscita dall’istituto penitenziario, spiegando che una delle principali preoccupazioni durante la detenzione riguardava la tenuta dei rapporti personali. “Quando uno fa un anno e mezzo di carcere si domanda sempre chi ci sarà all’uscita”, ha osservato, sottolineando di aver ritrovato sia il sostegno della famiglia sia quello della propria comunità di riferimento.
Tra gli aspetti più difficili dell’esperienza carceraria, l’ex primo cittadino ha indicato non tanto le condizioni materiali della detenzione, quanto l’impossibilità di aiutare persone che, a suo giudizio, vivono situazioni di forte disagio. Alemanno ha parlato di una sofferenza legata soprattutto all’osservazione quotidiana di detenuti privi di prospettive concrete di reinserimento e di percorsi efficaci per il ritorno alla vita esterna.
Particolarmente significativo, nel suo racconto, il momento immediatamente precedente alla scarcerazione. Alemanno ha ricordato di aver salutato e abbracciato un detenuto ottantottenne, Antonio Russo, beneficiario di un provvedimento di grazia ma ancora presente in carcere. Un episodio che l’ex sindaco ha definito emblematico delle criticità e delle lentezze che, a suo avviso, caratterizzano alcuni passaggi del sistema giudiziario e amministrativo.
Nel corso dell’intervista, Alemanno ha inoltre evidenziato come durante la detenzione abbia instaurato rapporti umani che intende mantenere anche all’esterno del carcere. Ha poi espresso una valutazione severa sul funzionamento dell’esecuzione penale, sostenendo che la permanenza in istituto sia spesso influenzata da ritardi burocratici e difficoltà operative che riguardano i tribunali di sorveglianza e l’amministrazione penitenziaria.
Ampio spazio è stato dedicato al tema della funzione del carcere. Pur rivendicando le politiche sulla sicurezza adottate durante il suo mandato da sindaco di Roma, Alemanno ha sostenuto che la tutela dei cittadini passi attraverso un sistema penitenziario capace di favorire il recupero e la rieducazione dei detenuti. Secondo l’ex sindaco, un carcere inefficiente rischia invece di aumentare il fenomeno della recidiva e di trasformarsi in un ambiente che favorisce il consolidamento delle dinamiche criminali.
Tra gli aspetti più leggeri dell’intervista, Alemanno ha risposto anche alle osservazioni relative al suo aspetto fisico all’uscita dal carcere. Ha spiegato di aver trascorso molte ore all’aria aperta praticando attività sportiva nel campo dell’istituto, circostanza che avrebbe contribuito alla sua abbronzatura.
Nel ripercorrere la propria esperienza personale, Alemanno ha mostrato una catenina con una croce celtica, legata al ricordo di Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù morto nel 1983 in seguito a un’aggressione. L’ex sindaco ha ricordato inoltre una precedente esperienza detentiva giovanile, affermando che tale precedente avrebbe avuto conseguenze anche sull’iter relativo alla sua posizione giudiziaria più recente.
Guardando al futuro, Alemanno ritiene che il periodo trascorso in carcere lo abbia reso una persona diversa. Ha spiegato di aver imparato ad attribuire valore alle cose più semplici della quotidianità e di aver maturato una maggiore consapevolezza dell’importanza delle libertà ordinarie.
Alla domanda su ciò che gli sia mancato maggiormente durante la detenzione, la risposta è stata netta: l’orizzonte. Appassionato di montagna, Alemanno ha raccontato di aver sofferto l’assenza di spazi aperti e della possibilità di guardare oltre i muri del carcere. Una mancanza che, insieme a quella di un bicchiere di vino condiviso in libertà, rappresenta uno dei ricordi più vividi lasciati dall’esperienza a Rebibbia.