Il dibattito sul prezzo dei carburanti entra in una nuova fase dopo le iniziative adottate da Eni e IP sul price cap. Una dinamica che riporta al centro non soltanto il costo sostenuto dagli automobilisti, ma anche gli equilibri economici dell’intera filiera della distribuzione, il ruolo delle compagnie petrolifere, i margini dei gestori e le possibili iniziative del Governo e del Parlamento.
Agensocial ne ha parlato con Roberto Di Vincenzo, presidente di Fegica, per approfondire come si forma oggi il prezzo alla pompa, quali conseguenze possono produrre gli interventi delle compagnie e quale modello di regolazione potrebbe essere adottato per evitare che il costo della riduzione dei prezzi venga trasferito sull’ultimo anello della rete distributiva.
Presidente Di Vincenzo, il price cap introdotto da Eni e la successiva iniziativa di IP stanno modificando rapidamente il mercato dei carburanti. Dal punto di vista dei gestori, che cosa sta accadendo realmente sulla rete? Chi sostiene economicamente la riduzione dei prezzi, quali conseguenze ci sono sui margini e sulle giacenze dei benzinai e quali differenze si stanno creando tra le diverse reti e tra impianti delle grandi compagnie e operatori indipendenti?
Andiamo con ordine. L’adozione di un price cap - da parte di ENI e di IP - è la trasposizione, sul mercato, del complesso sistema cui fa riferimento il mercato internazionale dei prezzi dei prodotti petroliferi. Un sistema che è sostanzialmente creato da “privati” nel quale confluiscono i presunti prezzi delle transazioni che avvengono in determinate aree geografiche, per l’Italia il Mediterraneo. In una condizione di “normalità” il sistema -nonostante le critiche venute anche dallo IOSCO- sembrava essere in equilibrio. Il problema è “esploso” quando il mercato ha manifestato tutta la sua difficoltà e l’offerta di prodotti si è rarefatta. Questo vuol dire che il prodotto -per quanto disponibile- tende ad avviarsi su mercati più remunerativi, cioè disposti a pagare un prezzo più alto. L’iniziativa di “abbassare il prezzo” da parte delle major è sostanzialmente una mossa per evitare di essere messe con le spalle al muro (e magari oggetto di prelievi fiscali sui c.d. superprofitti): il tema, ora, è quello che la diminuzione del prezzo al pubblico non può essere, però, pagata dai Gestori. Eni ed IP con valorizzazione delle giacenze provano a dare una prima risposta che, sia chiaro, le Organizzazioni di Categoria, si riservano di verificare e, nei casi più eclatanti, di chiedere la loro implementazione. Rimane sullo sfondo il tema degli operatori indipendenti che, nella stragrande maggioranza, hanno rapporti contrattuali che non possono essere disattesi. Vedremo nei prossimi giorni come il mercato si muoverà ma immaginiamo che tenderà a riallinearsi. L’unico problema saranno le “pompe bianche” che hanno lucrato - in passato - sul lungo di raffinazione anche a svantaggio delle compagnie che gli fornivano il prodotto e, soprattutto dei Gestori, che non possono continuare a pretendere un trattamento di favore. Ciò dimostra l’energia sia un sistema che non può essere lasciato all’improvvisazione o al mero vantaggio degli speculatori di breve periodo, senza alcuna struttura industriale, senza raffinerie, senza logistica, eccetera, ma deve offrire, al mercato quella tranquillità e quella trasparenza che non è fatta solo di prezzo. Bisogna imparare a guardarci dentro.
Queste iniziative dimostrano, almeno apparentemente, che esiste uno spazio economico per intervenire sul prezzo finale dei carburanti. Ma allora come si forma davvero oggi il prezzo che vediamo sul totem di un distributore? Quanto dipende da quotazioni internazionali, fiscalità e politiche commerciali delle compagnie e quanto spazio decisionale ha invece il singolo gestore? E soprattutto: è corretto che nell’opinione pubblica il benzinaio venga spesso identificato come il soggetto che decide il prezzo alla pompa?
Ho cercato di dare una spiegazione senza entrare nei dettagli che potrebbero apparire comprensibili solo per gli addetti ai lavori. La quotazione internazionale dei prodotti finiti e non del greggio - quello che è chiamato Platt’s - rappresenta poco meno del 50% del prezzo al pubblico, margine industriale e del Gestore, circa 3,5€urocent/litro- compresi; a questo si deve aggiungere l’accisa e l’Iva sull’intero importo. Valori per la maggior parte “rigidi” e, comunque, fuori da ogni controllo da parte dei consumatori e finanche dei Governi. In questo quadro appare ridicolo immaginare che lo speculatore sia il “benzinai che son il suo margine dovrebbe influenzare oscillazioni di prezzo di decine di euro. Chi lo fa opera una “distrazione di massa” ed è certamente in malafede per nascondere propri vantaggi che si annidano all’interno di un sistema lasciato in balia di se stesso.
Finora abbiamo visto interventi volontari delle compagnie e il Governo ha accolto positivamente queste iniziative. Dal vostro punto di vista, però, quale dovrebbe essere adesso il passo successivo della politica? Un price cap può funzionare soltanto se diventa una misura generale, temporanea e regolata? E come dovrebbe essere costruito per tutelare contemporaneamente automobilisti, gestori e concorrenza, evitando che il costo dell’operazione venga scaricato sull’ultimo anello della filiera?
Il busillis è proprio questo: Faib e Fegica si sono fatte carico (e non era loro compito) di mettere a punto il metodo di individuazione ed applicazione del price-cap per mettere fine ai profitti stratosferici delle compagnie petrolifere. Hanno anche provato ad illustrare il tema nel corso di un’audizione al Senato ed ancora prima ad un fugare illustrazione alla Commissione di allerta rapida del Mimit. Ora la palla passa a Governo e Parlamento per trasformare una metodologia - già in uso in diverso Paesi europei - in una scelta politica convinta ed in uno strumento che dimostri come noi sia più possibile provare a speculare impunemente. In una battuta c’è la necessità che la Politica adotti un provvedimento che garantisca equità e non discriminatorietà del mercato, senza che ciò si trasformi in un danno per i Gestori chiamati a sopportare gli oneri di una discesa così repentina e senza un minimo di preparazione. I consumatori hanno certo da guadagnare, le Aziende riguadagnano sul piano dell’immagine presentandosi come l’unico soggetto in grado di modificare sostanzialmente le dinamiche del Mercato ma, a pagare, non possono essere i Gestori. Sarebbe iniquo e controproducente. Bisogna che Governo e Parlamento abbiano il coraggio di compire scelte a vantaggio del popolo italiano senza aspettare che siano altri a provvedervi.
Il punto sollevato da Fegica è quindi quello della distribuzione dei costi lungo la filiera. Per Di Vincenzo, l’intervento sui prezzi non può tradursi in una compressione dei margini o in perdite sulle giacenze a carico dei gestori, mentre l’attuale fase di iniziative autonome delle compagnie rende centrale il possibile intervento delle istituzioni. La questione si sposta così sul terreno politico e regolatorio: definire eventualmente un meccanismo generale capace di incidere sul prezzo finale, garantendo allo stesso tempo concorrenza, sostenibilità della rete distributiva e tutela dei consumatori.