La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alza la voce con Bruxelles, mette in guardia Donald Trump sulle conseguenze di un allentamento della pressione economica sulla Russia e ribadisce che l'Italia non intende sacrificare la propria industria sull'altare della transizione ecologica. Nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, la premier affronta i principali dossier internazionali ed economici, tracciando una linea politica che mette al centro la competitività delle imprese, la riduzione del costo dell'energia, il sostegno all'Ucraina e la difesa degli interessi nazionali nella trattativa sul futuro bilancio dell'Unione europea.

Il primo fronte è quello delle bollette, diventate uno dei principali ostacoli alla competitività del sistema produttivo europeo. Meloni chiede interventi immediati per alleggerire i costi sostenuti da famiglie e imprese e sollecita una revisione delle regole comunitarie che, concepite in un contesto economico e geopolitico profondamente diverso, rischiano oggi di aggravare le conseguenze delle crisi internazionali. "Servono soluzioni ora, con bollette più leggere per famiglie e imprese", afferma la presidente del Consiglio, sottolineando come ogni costo aggiuntivo imposto dall'Europa alle proprie aziende finisca per trasformarsi in un vantaggio competitivo per i concorrenti internazionali.

Il messaggio a Bruxelles è netto: l'Unione europea non può pretendere che le proprie imprese competano sui mercati mondiali continuando a pagare l'energia molto più dei principali concorrenti. E soprattutto non può perseguire gli obiettivi ambientali compromettendo la sopravvivenza del proprio apparato produttivo. "La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione", scandisce Meloni, richiamando la necessità di conciliare sostenibilità ambientale, crescita economica e tutela dell'occupazione.

A complicare ulteriormente lo scenario sono le tensioni geopolitiche che attraversano le principali rotte commerciali e le catene internazionali di approvvigionamento. Le conseguenze, osserva la premier, si riflettono direttamente sui prezzi dell'energia e dei carburanti, sui costi dei trasporti e delle assicurazioni e, inevitabilmente, sulle spese quotidiane dei cittadini. Da qui la necessità di una risposta internazionale coordinata, che ha già portato a un'intesa nell'ambito del G7 per immettere sui mercati quantitativi significativi di carburante e prevenire ulteriori squilibri, compreso il rischio di un blocco delle esportazioni americane.

Ma è sul futuro bilancio europeo che Meloni pronuncia uno degli avvertimenti più espliciti dell'intervento. L'Italia non accetterà accordi al ribasso e non si farà condizionare dalle scadenze politiche fissate dalle istituzioni comunitarie. La presidenza irlandese e le istituzioni europee puntano a raggiungere un'intesa entro la fine dell'anno, ma Roma non considera quella data un vincolo inderogabile. "Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l'Italia", dichiara la premier.

Il confronto riguarda soprattutto la distribuzione delle risorse e la tutela delle politiche tradizionali dell'Unione. Meloni pone tre condizioni: nessun ridimensionamento della Politica agricola comune, nessun taglio penalizzante per la pesca e nessun indebolimento dei fondi destinati alla coesione territoriale. Settori che il governo considera strategici non soltanto dal punto di vista economico, ma anche per la sicurezza alimentare e per la tenuta del mercato unico. Secondo la presidente del Consiglio, non può esistere una vera autonomia europea senza un sistema agricolo solido, così come non può esserci competitività se interi territori vengono lasciati indietro.

Il capitolo più delicato resta tuttavia quello della guerra in Ucraina. Meloni conferma senza esitazioni la posizione italiana: sostegno a Kiev e mantenimento della pressione su Mosca per arrivare a una soluzione negoziale che non coincida con la capitolazione del Paese aggredito. La premier respinge l'idea che la cessazione della resistenza ucraina possa rappresentare automaticamente la fine del conflitto. Al contrario, significherebbe accettare l'occupazione di una nazione europea e il ritorno di logiche imperialistiche che hanno segnato la storia del continente.

Nel suo intervento richiama esplicitamente la repressione sovietica delle rivolte di Praga e Budapest e la divisione dell'Europa simboleggiata dal Muro di Berlino. "Nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace", afferma, rivendicando la necessità di perseguire una pace giusta e duratura, anche quando questa posizione comporta un prezzo in termini di consenso politico.

Non manca una presa di distanza da Donald Trump. Al centro delle critiche della premier c'è l'intesa sul gasolio russo annunciata dal presidente americano, giudicata una scelta estremamente rischiosa. Meloni riconosce la necessità di contenere i prezzi dei carburanti, ma contesta l'efficacia di una misura che potrebbe alleggerire la pressione economica su Mosca senza risolvere le cause principali dell'attuale impennata dei prezzi, che la presidente del Consiglio collega soprattutto alla guerra in Iran.

Il rischio, secondo Meloni, è triplice: offrire una nuova legittimazione internazionale alla Russia mentre proseguono i bombardamenti sulle città ucraine, garantire ulteriori entrate economiche utilizzabili per finanziare il conflitto e indebolire il sistema delle sanzioni costruito negli ultimi anni dagli stessi Paesi occidentali. Una posizione che evidenzia una divergenza con Washington su uno dei dossier più sensibili della politica internazionale.

L'ultima parte dell'intervento è dedicata al Medio Oriente, con un richiamo alla necessità di garantire la sicurezza di Israele senza ignorare le condizioni della popolazione palestinese e le conseguenze delle operazioni militari israeliane nella regione. Meloni ribadisce che, soprattutto davanti al riemergere di episodi di antisemitismo in diversi Paesi, la sicurezza dello Stato israeliano non può essere messa in discussione e che il dialogo con il governo di Tel Aviv deve rimanere aperto.

Allo stesso tempo, però, esprime forte preoccupazione per il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e a Gaza, oltre che per la situazione in Cisgiordania, dove denuncia pressioni intollerabili sulla popolazione palestinese. Richiamando la posizione condivisa con Francia, Germania, Regno Unito e altri partner internazionali, la premier ribadisce l'illegalità degli insediamenti israeliani nei territori occupati e la netta opposizione a qualsiasi progetto di annessione o trasferimento forzato dei palestinesi.

Il quadro delineato da Meloni restituisce un'Europa chiamata a confrontarsi contemporaneamente con crisi energetiche, tensioni militari, difficoltà industriali e scelte finanziarie decisive per il proprio futuro. La linea del governo italiano punta a tenere insieme sicurezza internazionale, competitività economica e difesa degli interessi nazionali, rivendicando maggiore pragmatismo nelle decisioni comunitarie. Il vertice del 15 e 16 ottobre rappresenterà dunque un primo banco di prova politico per verificare quanto spazio esista, tra i partner europei, per tradurre queste richieste in decisioni concrete.