Il caso Sigfrido Ranucci diventa ogni giorno più intricato. Dopo la confessione di Valter Lavitola, che davanti al gip ha ammesso di essere stato il mandante dell'attentato contro l'abitazione del conduttore di "Report", arriva un nuovo elemento destinato ad alimentare interrogativi e polemiche. E mentre la Procura cerca di fare chiarezza sulle numerose zone d'ombra della vicenda, Ranucci sceglie i social per pubblicare un post che ha provocato una valanga di reazioni politiche.
Lavitola ha ammesso di aver commissionato l'azione contro Ranucci, sostenendo però una versione che lo stesso gip ha giudicato sostanzialmente poco credibile: l'obiettivo sarebbe stato quello di aumentare il livello di protezione dell'amico. Secondo quanto dichiarato dall'indagato, inizialmente avrebbe chiesto "quattro o cinque colpi di pistola" contro il muro della villetta, non l'esplosione di un ordigno. La bomba sarebbe stata comunque considerata da Lavitola compatibile con la finalità "dimostrativa" dell'azione.
Ma nelle ultime ore si è aperto un capitolo ancora più delicato. Secondo quanto riferito al Corriere della Sera dall'avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, dopo l'ascolto di un'intercettazione il suo assistito avrebbe affermato: "Non escludo che Ranucci sapesse del mio piano". Una ricostruzione che, va sottolineato, viene però smentita categoricamente dalla Procura, secondo la quale quella frase non sarebbe stata pronunciata durante l'interrogatorio. Resta inoltre irrisolto un punto decisivo: l'eventuale consapevolezza di cui parla il legale sarebbe maturata prima oppure dopo l'attentato?
Proprio per chiarire questi e altri aspetti, i magistrati intendono ascoltare nuovamente Ranucci come persona informata sui fatti, dopo aver completato l'esame dei dispositivi sequestrati a Lavitola. Il giornalista, è bene ricordarlo, resta allo stato degli atti persona offesa nell'inchiesta.
Sul tavolo degli investigatori ci sono però anche i rapporti tra i due uomini. Secondo quanto riportato dal Corriere, dopo l'attentato Ranucci avrebbe condiviso con Lavitola sondaggi e commenti relativi alla propria crescente popolarità. Inoltre, quando fu ascoltato subito dopo l'esplosione e indicò agli investigatori diverse possibili piste, non avrebbe fatto riferimento alla propria amicizia con Lavitola. Da approfondire c'è anche la telefonata del 5 luglio, successiva alla perquisizione dell'ex direttore dell'"Avanti!", durata circa due ore e avvenuta tramite Signal.
In questo clima già incandescente è arrivato il post pubblicato da Ranucci, intitolato "La voce che spaventa". Il conduttore ha richiamato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scrivendo che la storia italiana "non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza".
Un intervento che ha scatenato una bufera.
Carlo Calenda ha liquidato il post con poche parole: "Moro e Falcone? Anche basta". Fratelli d'Italia ha parlato di paragone "ignobile" e i suoi componenti della Vigilanza Rai hanno accusato Ranucci di dover chiarire non tanto la propria "voce", quanto alcuni suoi "silenzi". Anche dalle famiglie delle vittime sono arrivate prese di distanza rispetto all'accostamento.
Matteo Salvini ha rincarato la dose chiedendo alla Rai di valutare la sospensione della collaborazione con il giornalista e definendo la vicenda "torbida". Maurizio Gasparri, pur ricordando che Ranucci resta parte lesa, ha posto apertamente un problema di "reputazione e credibilità".
Dal campo progressista, tuttavia, non c'è stato un silenzio assoluto. Il Movimento 5 Stelle ha difeso apertamente Ranucci: Chiara Appendino ha sostenuto che "le inchieste non si spengono", mentre Barbara Floridia ha ricordato che il giornalista rimane vittima dell'attentato. Angelo Bonelli ha parlato di "fango" e ha avvertito che un eventuale allontanamento da "Report" rappresenterebbe una grave ritorsione contro il giornalismo d'inchiesta.
Il punto, dunque, non è anticipare conclusioni che spettano esclusivamente alla magistratura. Ranucci non è indagato per l'attentato e, allo stato, è la persona offesa. Ma proprio per questo gli interrogativi emersi dalle carte, dalle intercettazioni e dai rapporti con Lavitola meritano risposte nette.
Il problema non è stabilire oggi chi abbia ragione politicamente. Il problema è capire fino in fondo che cosa sia accaduto prima e dopo quella bomba, quale fosse il reale progetto di Lavitola, quanto Ranucci conoscesse delle iniziative dell'amico e perché un rapporto tanto stretto sia rimasto inizialmente fuori dalle piste indicate agli investigatori.
Dopo settimane di accuse, sospetti e ricostruzioni contrapposte, la vicenda sembra essere arrivata al punto nel quale le metafore servono poco. Moro, Falcone, Borsellino e Piersanti Mattarella appartengono alla storia tragica della Repubblica. Sul caso Ranucci-Lavitola, invece, servono soprattutto fatti, documenti e risposte.
E adesso a chiederle non è soltanto la politica: sono gli stessi sviluppi dell'inchiesta.