Il campo largo rischia di trasformarsi in un campo minato e le primarie per scegliere il candidato premier potrebbero rappresentare la miccia destinata a far esplodere le contraddizioni del centrosinistra. A lanciare l'allarme è Massimo Cacciari che, in un'intervista al Corriere della Sera, analizza senza troppi giri di parole le prospettive dell'alleanza tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e le altre forze dell'opposizione dopo l'approvazione della nuova legge elettorale. Il giudizio del filosofo è particolarmente severo e mette a nudo quello che considera il principale problema della coalizione: l'assenza di una leadership condivisa e, soprattutto, di un programma politico capace di tenere insieme partiti che su molte questioni continuano a pensarla diversamente.
Secondo Cacciari, battere il centrodestra alle prossime elezioni non sarebbe affatto impossibile, soprattutto considerando l'incognita rappresentata da Roberto Vannacci e dalle possibili conseguenze sugli equilibri elettorali della maggioranza. Il problema, tuttavia, arriverebbe subito dopo un'eventuale vittoria, quando il centrosinistra dovrebbe dimostrare di essere realmente in grado di governare. "Il rischio è quello di non fare niente. Bisognerebbe riconoscere uno straccetto di verità: le coalizioni sono divise al loro interno, non hanno una linea comune, e questo le blocca", osserva il filosofo, sottolineando come le difficoltà non riguardino esclusivamente l'opposizione. Anche il centrodestra, infatti, pur avendo raggiunto una longevità politica significativa, non avrebbe realizzato, secondo Cacciari, riforme particolarmente incisive. La differenza sostanziale, però, sarebbe rappresentata dalla presenza di Giorgia Meloni, una leader capace di mantenere unita la coalizione nonostante le divergenze interne. Una figura che, a giudizio di Cacciari, nel centrosinistra semplicemente non esiste.
Il confronto con il passato diventa inevitabile. Anche l'Ulivo, ricorda Cacciari, era attraversato da profonde divisioni, ma poteva contare su Romano Prodi, una personalità capace di rappresentare un punto di riferimento comune. Oggi, invece, il campo largo appare privo sia di un progetto politico realmente condiviso sia di una figura riconosciuta da tutte le componenti dell'alleanza. Ed è proprio in questo scenario che la decisione di ricorrere alle primarie rischia di trasformarsi, secondo il filosofo, in un errore politico dalle conseguenze devastanti.
"Li vedo avviati verso la strada rovinosa delle primarie. Se Elly Schlein dovesse perdere la sfida, il Pd andrebbe incontro allo sfascio", afferma Cacciari al Corriere della Sera, delineando uno scenario particolarmente pesante per il principale partito del centrosinistra. Il filosofo precisa di non essere un sostenitore della segretaria democratica, ma ritiene che una sua eventuale sconfitta potrebbe riportare ai vertici del partito quella classe dirigente che, a suo giudizio, ha contribuito al progressivo declino dei dem. Una bocciatura che non risparmia neppure l'ipotesi opposta, perché anche una vittoria della Schlein potrebbe aprire problemi tutt'altro che secondari. Gli elettori del Movimento 5 Stelle, osserva Cacciari, tendono infatti a sostenere i propri candidati e non sarebbe affatto scontato un loro pieno coinvolgimento nella campagna elettorale di una candidata espressione del Pd.
E se a vincere le primarie fosse Giuseppe Conte? La risposta di Cacciari è altrettanto impietosa: "Si andrebbe a una campagna elettorale con il principale partito dell'alleanza allo sbando". Un'eventualità che mette in evidenza il paradosso politico del campo largo: qualunque sia il vincitore della competizione interna, il rischio sarebbe quello di ritrovarsi con una coalizione indebolita proprio nel momento in cui dovrebbe presentarsi compatta davanti agli elettori. La sfida tra Schlein e Conte, anziché rafforzare l'alleanza, potrebbe dunque accentuare le rivalità e trasformare la scelta del candidato premier in una resa dei conti tra apparati, leadership e rispettivi elettorati.
Cacciari non contesta invece il principio contenuto nella nuova legge elettorale che prevede l'indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Al contrario, lo considera un elemento di chiarezza nei confronti degli elettori, richiamando anche l'esperienza delle elezioni amministrative e della scelta diretta dei sindaci. Il problema, dunque, non sarebbe la necessità di individuare una leadership, ma il percorso attraverso il quale il centrosinistra intende arrivarci. Prima dei nomi, secondo il filosofo, dovrebbe esserci un programma politico serio, coraggioso e riconoscibile, costruito attorno a due grandi questioni: la politica estera e l'economia. Sul primo fronte, Cacciari richiama la tradizione europea e la necessità di una posizione netta a favore della pace, mentre sul secondo sollecita una visione economica capace di dare sostanza all'azione di governo.
Soltanto dopo aver raggiunto un'intesa su questi temi, sostiene Cacciari, le forze del campo largo dovrebbero individuare la personalità più adatta a rappresentare e realizzare quel progetto, evitando quella che definisce "la lotteria delle primarie". Il messaggio politico è chiaro: il centrosinistra potrebbe anche riuscire a vincere le elezioni, ma senza una reale convergenza programmatica e una leadership riconosciuta rischierebbe di presentarsi all'appuntamento con il governo già profondamente diviso. E il monito più pesante resta quello rivolto al Partito democratico, perché una sconfitta di Elly Schlein nella competizione interna, secondo Cacciari, non rappresenterebbe un semplice cambio di candidato, ma potrebbe aprire una crisi capace di travolgere l'intero partito.