L'avvocato Gian Domenico Caiazza interviene nel dibattito politico e istituzionale legato alla vicenda che coinvolge il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, affidando ai social una riflessione in cui distingue nettamente il piano delle responsabilità politiche da quello delle garanzie costituzionali riconosciute ai parlamentari.

Nel post pubblicato sui propri canali social, Caiazza definisce "di una gravità semplicemente inescusabile" l'eventualità che il sottosegretario condivida, attraverso la figlia diciottenne, la proprietà di un ristorante con una persona già accusata di aver riciclato denaro di provenienza criminale mediante attività di ristorazione. Una circostanza che, secondo il penalista, rappresenterebbe un fatto "degno di una Repubblica delle Banane" e che merita una severa valutazione sul piano politico e istituzionale.

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Allo stesso tempo, però, Caiazza richiama l'attenzione su un aspetto che ritiene altrettanto centrale: il rispetto dei principi costituzionali che regolano le prerogative del Parlamento. L'avvocato ricorda infatti come il principio dell'inviolabilità della corrispondenza dei parlamentari e, più in generale, quello dell'immunità parlamentare siano stati introdotti dalla Costituzione e fortemente voluti dai Padri Costituenti per garantire l'indipendenza e la libertà dell'attività parlamentare.

Secondo Caiazza, tali principi sono stati più volte confermati dalla Corte Costituzionale anche in tempi recenti, attraverso pronunce che ne hanno ribadito il valore quale presidio dell'equilibrio tra i poteri dello Stato. Per questo motivo, sostiene, non possono essere messi in discussione in funzione delle singole vicende politiche o giudiziarie.

Nel passaggio conclusivo della sua riflessione, il penalista critica il clima che si è sviluppato attorno al caso, parlando di una contrapposizione politica alimentata da logiche populiste. "I princìpi o valgono sempre, o non valgono mai", afferma, sostenendo che il confronto parlamentare non dovrebbe trasformarsi in uno scontro volto a sacrificare le garanzie costituzionali sull'onda dell'emotività o della contingenza politica.