Un inseguimento di circa otto chilometri per le strade di Milano, un ragazzo di 19 anni morto, il conducente dello scooter accusato di omicidio stradale, un carabiniere chiamato a rispondere dello stesso reato e altri sei militari coinvolti nel procedimento per ipotesi che comprendono falso, favoreggiamento e depistaggio. A quasi due anni dalla morte di Ramy Elgaml, la vicenda giudiziaria nata dalla drammatica notte del 24 novembre 2024 entra in una fase decisiva e presenta oggi un nuovo, singolare intreccio processuale: la difesa di Fares Bouzidi, che quella notte guidava il T-Max sul quale viaggiava Ramy, intende chiedere i danni chiamando in causa lo Stato.

L'annuncio è arrivato il 24 settembre, giorno in cui avrebbe dovuto prendere il via l'udienza preliminare davanti alla gup Tiziana Landoni. Tutto rinviato al 6 novembre a causa dell'astensione nazionale degli avvocati; una seconda data è stata già fissata per il 21 dicembre.

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare alla notte dell'incidente. Bouzidi era alla guida dello scooter con Ramy come passeggero. Il mezzo non si fermò all'alt dei carabinieri e ne seguì un inseguimento durato circa otto chilometri, conclusosi all'incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy morì nello schianto, mentre Bouzidi rimase gravemente ferito.

L'inchiesta si è progressivamente allargata. Uno degli elementi centrali è diventato il contatto tra la gazzella e il T-Max. Già nel dicembre 2024 una relazione della Polizia locale aveva rilevato l'esistenza di un urto, collocandolo però alcuni metri prima della svolta finale e rilevando che il conducente non avrebbe perso immediatamente il controllo dello scooter.

Parallelamente è emerso il racconto di un testimone secondo il quale la vettura dei carabinieri avrebbe urtato lo scooter durante la fase conclusiva dell'inseguimento. Anche questo elemento è entrato nel materiale acquisito dagli investigatori.

La Procura di Milano, al termine delle indagini, ha però mantenuto una posizione articolata: omicidio stradale sia per Bouzidi sia per Antonio Lenoci, il carabiniere che guidava l'ultima auto inseguitrice. Al militare viene contestato l'“eccesso colposo nell'adempimento del dovere”. Altri sei carabinieri sono coinvolti, a vario titolo, per contestazioni relative a favoreggiamento, depistaggio e falso.

Ed è qui che il quadro si complica ulteriormente.

Gli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza, difensori di Bouzidi, sostengono infatti una ricostruzione molto più pesante nei confronti del militare: non omicidio stradale, ma omicidio volontario nella forma del dolo eventuale. La tesi si fonda anche su una nuova consulenza tecnica di parte realizzata dalla Ong francese Index attraverso analisi video e ricostruzioni tridimensionali. Secondo i consulenti della difesa, negli ultimi secondi prima dello schianto la gazzella avrebbe effettuato due deviazioni verso il motociclo e vi sarebbe stato uno “speronamento volontario”. È, va sottolineato, la tesi della difesa di Bouzidi e non un fatto giudiziariamente accertato.

La difesa del carabiniere contesta questa ricostruzione e ha annunciato una propria consulenza volta a sostenere l'assenza di responsabilità del militare nell'incidente.

Da questa contrapposizione nasce la novità di oggi. Romagnoli ha annunciato che la difesa intende costituirsi per le lesioni riportate da Bouzidi e per le contestazioni relative ai presunti falsi e al depistaggio e, successivamente, chiedere alla giudice l'autorizzazione a citare il Ministero della Difesa quale responsabile civile per i danni. La richiesta dovrebbe riguardare anche le compagnie assicurative delle vetture coinvolte nell'inseguimento. Sarà naturalmente il giudice a pronunciarsi sulla richiesta.

Ed ecco il cortocircuito giudiziario destinato inevitabilmente a far discutere: Bouzidi è contemporaneamente imputato per la morte dell'amico Ramy e persona offesa per le lesioni che la Procura contesta al carabiniere. Da una parte, quindi, deve difendersi dall'accusa di avere concorso a provocare la morte del diciannovenne; dall'altra sostiene di essere stato a sua volta vittima della condotta della pattuglia e punta a ottenere un risarcimento.

Anche i familiari di Ramy sono parti civili e, secondo quanto emerso, potrebbero a loro volta avanzare la richiesta di chiamare in causa i responsabili civili.

Il punto centrale resta però ancora tutto da stabilire nelle aule giudiziarie: chi provocò realmente la caduta del T-Max e quale peso ebbero, nella morte di Ramy, la fuga dello scooter e la condotta della pattuglia che lo inseguiva?

Le risposte dovranno arrivare dal processo e dal confronto tra perizie, filmati, testimonianze e consulenze tecniche. Il 6 novembre il caso tornerà davanti al giudice. E quella notte di Milano, quasi due anni dopo, continua ad avere una ricostruzione giudiziaria tutt'altro che definitiva.