C'è una caratteristica tutta italiana della giustizia mediatica: l'accusa arriva con le sirene, l'archiviazione quasi sempre in punta di piedi. È accaduto ancora una volta nella vicenda giudiziaria che ha travolto Giovanni Toti. Il gip del Tribunale di Genova, Giorgio Morando, ha disposto l'archiviazione della posizione dell'ex presidente della Regione Liguria nel filone bis dell'inchiesta sulla corruzione elettorale, rilevando che gli elementi raccolti non consentono di sostenere l'accusa in giudizio.
Una precisazione è doverosa, soprattutto quando si parla di giustizia: questa archiviazione non cancella l'intera vicenda giudiziaria dell'ex governatore. Toti, nel procedimento principale, ha patteggiato una pena per corruzione impropria e finanziamento illecito. Confondere i due piani sarebbe sbagliato quanto anticipare una condanna prima della sentenza.
Ma proprio una volta ristabiliti correttamente i fatti resta sul tavolo una domanda politica enorme.
Quanto costa, in Italia, essere indagati?
Non in termini giudiziari. In termini umani, professionali, istituzionali e politici.
Toti venne arrestato il 7 maggio 2024 e posto ai domiciliari. Rimase sottoposto alla misura cautelare per 86 giorni, lasciò la presidenza della Regione Liguria e vide interrompersi una stagione politica che fino a quel momento lo aveva visto protagonista assoluto del centrodestra ligure. Poi arrivarono il patteggiamento sul filone principale e il progressivo esaurimento degli altri capitoli dell'inchiesta. Oggi, su uno di quei capitoli, arriva l'archiviazione.
Nel frattempo, però, il processo mediatico era stato celebrato.
Ricordate il "sistema Toti"?
Ricordate le richieste di dimissioni, le dichiarazioni quotidiane, le sentenze politiche pronunciate quando quelle giudiziarie ancora non esistevano? Ricordate la rappresentazione di una Regione trasformata quasi in un feudo nel quale ogni rapporto tra politica, imprese e finanziamenti veniva raccontato all'opinione pubblica sotto la luce più inquietante possibile?
Quella stagione non può essere semplicemente cancellata con una riga d'agenzia.
Non perché oggi si debba celebrare Toti come un martire o riscrivere ciò che è realmente accaduto. Sarebbe propaganda, non giornalismo. Ma perché esiste un problema che l'Italia continua ostinatamente a non voler affrontare: la distanza abissale tra il peso pubblico di un'accusa e quello della sua successiva caduta.
Un avviso di garanzia occupa le prime pagine. Un arresto apre i telegiornali. Un'intercettazione diventa un titolo. Un'ipotesi investigativa può trasformarsi, nel giro di poche ore, in una verità percepita.
Quando invece un'accusa viene archiviata, il meccanismo si inceppa.
Il titolo diventa più piccolo. Il dibattito televisivo scompare. Gli indignati cambiano argomento. Chi aveva chiesto dimissioni immediate difficilmente torna davanti alle telecamere per riconoscere che almeno una parte di quelle accuse non ha superato il vaglio necessario per arrivare a processo.
Ed è qui che la vicenda Toti smette di riguardare soltanto Toti.
Riguarda il rapporto malato che troppo spesso si crea tra giustizia, politica e informazione.
La magistratura deve indagare. È il suo compito. La politica deve poter criticare e chiedere conto a chi ricopre incarichi pubblici. È fisiologico in una democrazia. Il giornalismo deve raccontare le inchieste, anche quelle più scomode.
Ma nessuno di questi tre poteri dovrebbe dimenticare quattro parole scritte nella nostra civiltà giuridica: presunzione di non colpevolezza.
Invece abbiamo costruito un sistema nel quale essere indagati rischia di diventare già una pena. Non prevista dal codice, ma spesso molto più rapida di quella pronunciata da un tribunale.
La pena del sospetto.
La pena delle prime pagine.
La pena delle fotografie scelte apposta per sembrare colpevoli.
La pena delle intercettazioni sezionate e trasformate in slogan.
La pena della gogna social.
La pena politica, soprattutto, che può essere irreversibile anche quando quella penale prende un'altra strada.
Giovanni Toti ha perso la presidenza della Liguria e la sua traiettoria politica è stata spezzata. Nessuna archiviazione potrà materialmente riportare indietro l'orologio. Questo non significa sostenere che ogni decisione giudiziaria presa nei suoi confronti fosse illegittima, né dimenticare il patteggiamento intervenuto sul procedimento principale. Significa porre una questione diversa e persino più importante: è accettabile che in una democrazia il tempo della giustizia e quello della distruzione della reputazione siano così drammaticamente diversi?
Perché il problema è tutto qui.
Se domani vieni accusato, il Paese intero può conoscere il tuo nome entro sera.
Se due anni dopo quell'accusa viene archiviata, quanti sapranno come è finita?
È questa asimmetria a essere devastante.
Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e tutti coloro che allora intervennero politicamente avevano naturalmente il diritto di farlo. Ma oggi sarebbe altrettanto legittimo chiedere loro una riflessione su ciò che di quella narrazione giudiziaria è rimasto in piedi e ciò che invece è caduto. Non servono abiure né inginocchiatoi. Servirebbe qualcosa di molto più raro nella politica italiana: riconoscere i fatti anche quando non convengono alla propria parte.
Lo stesso vale per l'informazione. Se abbiamo dedicato cento titoli all'accusa, possiamo dedicarne almeno uno grande quanto gli altri alla sua archiviazione? Non è garantismo di destra o di sinistra. È garantismo e basta.
Perché domani sulla graticola potrebbe finirci un governatore di centrodestra, un sindaco del Pd, un parlamentare del Movimento 5 Stelle, un imprenditore o un cittadino sconosciuto. Il principio non può cambiare a seconda del nome scritto sull'ordinanza.
La giustizia deve fare il suo corso. Sempre. Ma la giustizia mediatica dovrebbe finalmente imparare che un'indagine non è una condanna e che un'accusa non è una sentenza. Il fango, quando viene lanciato, fa un rumore assordante. Quando arriva un'archiviazione, invece, spesso resta soltanto il silenzio. E quel silenzio, qualche volta, pesa più del fango.