Le immagini avevano fatto il giro d'Italia: una bambina di appena un anno e mezzo afferrata violentemente per le gambe mentre usciva da un supermercato insieme ai genitori. A distanza di sette mesi da quel drammatico episodio è arrivata la sentenza: l'uomo accusato di aver tentato di portare via la piccola è stato assolto dal Tribunale di Bergamo perché, al momento dei fatti, era totalmente incapace di intendere e di volere. Non tornerà però in libertà: nei suoi confronti è stata disposta una misura di sicurezza con permanenza in una REMS per almeno due anni.
I fatti risalgono al 14 febbraio scorso, all'uscita dell'Esselunga di via Corridoni, a Bergamo. La bambina stava lasciando il supermercato tenuta per mano dalla madre quando l'uomo la afferrò per le gambe tentando di sottrarla alla donna. La madre riuscì a trattenerla, mentre il padre, alcuni presenti e il personale di vigilanza intervennero per bloccare l'aggressore fino all'arrivo della polizia. La violenza dell'azione provocò gravi conseguenze alla piccola: le prime ricostruzioni parlarono della frattura del femore, mentre successivi accertamenti riferiti dal Corriere della Sera indicarono anche una frattura alla tibia.
L'uomo, Emil Mortu, cittadino romeno senza fissa dimora, venne arrestato. La vicenda giudiziaria ha però preso una direzione diversa dopo la perizia psichiatrica. Secondo quanto riportato dalle cronache giudiziarie, Mortu soffre di schizofrenia, diagnosticata già nel 1997 in Romania, e all'epoca dell'episodio si trovava in una fase di grave scompenso psicotico dopo aver interrotto la terapia. Gli accertamenti hanno concluso che le sue capacità di intendere e di volere erano totalmente compromesse.
Da qui l'assoluzione per non imputabilità dovuta al vizio totale di mente. Una decisione che, dal punto di vista giuridico, non equivale a sostenere che il fatto non sia avvenuto. La questione centrale è infatti l'imputabilità dell'autore al momento della condotta. Il Tribunale ha contemporaneamente disposto che l'uomo resti in una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza per almeno due anni.
La famiglia della bambina si era costituita parte civile chiedendo la condanna e il risarcimento dei danni. Il padre, già prima della sentenza, aveva espresso soprattutto la preoccupazione che l'uomo non venisse rimesso in libertà senza un adeguato percorso, spiegando che la figlia aveva nel frattempo superato le conseguenze più immediate di quanto accaduto.
La sentenza chiude dunque il procedimento con un'assoluzione, ma non con il ritorno in libertà dell'uomo: proprio la valutazione delle sue condizioni psichiatriche e della pericolosità sociale ha portato all'applicazione della misura di sicurezza in REMS.