"Stupri e violenze, Ceuta è un inferno. Il Marocco ferma un'altra ondata". Il titolo de Il Giornale, nell'articolo firmato da Fausto Biloslavo, fotografa senza mezzi termini quello che sta accadendo nell'enclave spagnola dopo l'ingresso di massa di fine luglio.
Ma il punto politicamente più significativo è che a raccontare la gravità della situazione non è soltanto la stampa italiana. È soprattutto El País, quotidiano progressista spagnolo certamente non sospettabile di simpatie per Giorgia Meloni.
Il giornale di Madrid racconta una Ceuta "al limite", con il pronto soccorso sottoposto a una fortissima pressione, migliaia di migranti ancora presenti, minori sistemati in strutture di emergenza e una popolazione sempre più preoccupata.
E poi ci sono le vicende giudiziarie.
La magistratura sta indagando su tre presunte aggressioni sessuali attribuite ad altrettanti cittadini marocchini arrivati a Ceuta durante l'ingresso di massa del 30 luglio. Due sono finiti in carcere: uno è accusato di palpeggiamenti nei confronti di una minorenne, un altro di violenza sessuale su un'altra ragazza e anche di traffico di droga. Un terzo uomo, accusato di palpeggiamenti ai danni di una donna maggiorenne, è stato espulso in Marocco.
Le responsabilità penali, naturalmente, dovranno essere definitivamente accertate dalla magistratura.
Ma il quadro non finisce qui. Altri migranti sono finiti in carcere nell'ambito di procedimenti per reati che comprendono aggressioni alle forze dell'ordine, lesioni aggravate e narcotraffico.
Numeri e fatti che riportano inevitabilmente indietro alle polemiche scoppiate quando Giorgia Meloni decise di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere con la Spagna.
Roma motivò quella scelta con ragioni di sicurezza: dopo l'ingresso incontrollato di decine di migliaia di persone a Ceuta, il governo italiano non voleva correre il rischio che una parte di quel flusso potesse raggiungere il nostro Paese attraverso la libera circolazione nello spazio Schengen.
La decisione provocò una durissima reazione spagnola.
Pedro Sánchez trasformò rapidamente la questione in un braccio di ferro con Roma. Madrid chiese all'Italia di ritirare i controlli e, di fronte al rifiuto del governo Meloni, rispose introducendo a sua volta verifiche sui viaggiatori provenienti dall'Italia.
Una contromisura che apparve fin dall'inizio soprattutto politica: da una parte l'Italia sosteneva di voler controllare eventuali movimenti secondari provenienti da una gigantesca crisi migratoria esplosa sul territorio spagnolo; dall'altra Madrid decideva di controllare chi arrivava dall'Italia.
Una reciprocità formale, ma difficilmente sovrapponibile nelle motivazioni.
Oggi, però, sono soprattutto gli avvenimenti successivi a rendere quella polemica quasi surreale.
Perché mentre Sánchez aveva scelto lo scontro con Meloni, il Marocco ha finito per fare esattamente ciò che la premier italiana chiedeva in Europa: fermare le partenze e controllare la frontiera.
Il 15 agosto Rabat ha dispiegato un apparato di sicurezza impressionante intorno a Ceuta: forze dell'ordine, droni, elicotteri e unità cinofile per impedire un nuovo ingresso di massa.
Secondo El País, 294 persone sono state fermate e molte sono state trasferite verso il sud del Marocco.
Una seconda ondata è stata così bloccata prima che raggiungesse il territorio europeo.
Ed è qui che il confronto politico diventa inevitabile.
Quando Meloni decise di ripristinare temporaneamente i controlli Schengen venne accusata di avere reagito in maniera sproporzionata. Oggi il Marocco presidia militarmente la propria frontiera, la Spagna mantiene migliaia di agenti a Ceuta e lo stesso governo Sánchez deve trovare nuove strutture per ospitare i migranti rimasti nell'enclave.
Ancora il 18 agosto El País parla apertamente di una "crisi umanitaria eccezionale" e sottolinea che, a venti giorni dall'assalto alla frontiera, migliaia di persone sono ancora presenti a Ceuta. Il quotidiano critica anche la lentezza della risposta del governo centrale.
La situazione è dunque tutt'altro che risolta.
Ed è difficile non tornare alla domanda che Roma aveva posto fin dall'inizio: davanti a un ingresso incontrollato di queste proporzioni, era davvero irresponsabile sospendere temporaneamente la libera circolazione per verificare chi potesse raggiungere l'Italia?
I fatti delle ultime settimane sembrano suggerire il contrario.
Questo non significa associare automaticamente immigrazione e criminalità, né attribuire a decine di migliaia di persone le responsabilità penali contestate a singoli individui. Significa riconoscere un principio molto più semplice: quando una frontiera esterna dell'Unione europea salta, gli Stati hanno il diritto e il dovere di interrogarsi sulla propria sicurezza.
Meloni lo fece immediatamente. Sánchez rispose contestando Roma e imponendo controlli agli italiani. Il Marocco, qualche giorno dopo, ha invece blindato la frontiera e impedito una nuova ondata. Nel frattempo Ceuta resta alle prese con denunce per violenze sessuali, arresti, migliaia di migranti ancora sul territorio e strutture pubbliche sotto pressione.
Forse, prima di accusare Meloni di aver alzato un muro inutile, sarebbe stato meglio guardare cosa stava succedendo dall'altra parte.