Le crisi non iniziano quasi mai dall’economia.

Iniziano dalle parole.

Ogni epoca degrada lentamente i propri concetti fondamentali fino a dimenticarne il significato originario.

Così la persona diventa cittadino.

Il cittadino diventa contribuente.

Il contribuente diventa consumatore.

Il consumatore diventa utente.

L’utente diventa cliente.

Il cliente diventa investitore.

E oggi rischia di diventare qualcosa di ancora più impersonale: un profilo, un insieme di dati, una materia prima da elaborare attraverso gli algoritmi.

Ogni passaggio sembra innocuo.

In realtà ogni passaggio sottrae qualcosa.

Perché tutte queste definizioni descrivono una funzione della persona, ma nessuna coincide con la persona.

I Costituenti lo avevano compreso con straordinaria chiarezza.

Per questo la Costituzione italiana non è costruita attorno al consumatore, al lavoratore o all’investitore.

È costruita attorno alla persona.

Ed è proprio da questa intuizione che, forse, occorre ripartire.

Anche quando parliamo di economia.

Per molti anni l’educazione finanziaria è stata concepita come un insieme di competenze tecniche.

Comprendere il rischio.

Diversificare gli investimenti.

Difendersi dall’inflazione.

Sono obiettivi importanti.

Ma non sufficienti.

Perché il risparmio non è soltanto un fatto privato.

L’articolo 47 della Costituzione afferma che la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme.

Quella disposizione non protegge soltanto il patrimonio dei singoli.

Custodisce una ricchezza della Nazione.

Ogni scelta economica produce effetti che vanno oltre chi la compie.

Contribuisce a determinare gli assetti proprietari delle imprese.

La capacità di finanziare l’economia reale.

La solidità del sistema bancario.

L’autonomia industriale.

Perfino la libertà futura dell’Italia.

Per questo non basta formare investitori più preparati.

Occorre formare cittadini economici.

La cittadinanza politica si esercita nel voto.

La cittadinanza economica si esercita ogni giorno.

Ogni volta che risparmiamo.

Ogni volta che investiamo.

Ogni volta che partecipiamo a un’assemblea societaria.

Ogni volta che chiediamo trasparenza a chi amministra patrimoni che appartengono, direttamente o indirettamente, a milioni di italiani.

La democrazia politica affida ai cittadini il compito di scegliere i propri rappresentanti.

La democrazia economica affida ai cittadini il compito di custodire il risparmio della Nazione.

Le due dimensioni non si sostituiscono.

Si completano.

La Prima Repubblica aveva costruito una straordinaria rete di corpi intermedi capaci di educare alla cittadinanza.

Molti di quei luoghi sono scomparsi.

Forse è giunto il momento di costruirne di nuovi.

Le Casse previdenziali.

I fondi pensione.

Le fondazioni.

Le società di mutuo soccorso.

Le cooperative.

Le associazioni professionali.

Le associazioni dei piccoli azionisti.

Le università.

Non come nuovi centri di potere.

Ma come scuole permanenti di cittadinanza economica.

Luoghi nei quali imparare che possedere una quota di capitale significa assumersi una responsabilità verso la collettività.

Partecipare alle assemblee.

Chiedere conto delle strategie.

Pretendere trasparenza.

Contribuire, con competenza, alla formazione di un’opinione pubblica economica.

Non per sostituirsi ai manager.

Ma per ricordare che il capitale non è soltanto un diritto.

È anche una responsabilità.

La democrazia economica non nasce da una legge.

Nasce da milioni di cittadini che comprendono di essere qualcosa di più di semplici investitori.

Nasce quando la persona ritrova la propria unità.

Quando il lavoratore, il professionista, il consumatore, il risparmiatore e l’investitore cessano di essere figure separate e tornano a riconoscersi nella stessa dignità originaria.

Quella della persona.

Forse è proprio questa la nuova frontiera dell’articolo 47 della Costituzione.

Non soltanto tutelare il risparmio.

Ma educare una cittadinanza economica capace di trasformare il risparmio privato in una responsabilità verso la Nazione.