Ogni giorno il mercato cambia volto. Cambiano gli azionisti. Cambiano gli amministratori. Cambiano le alleanze industriali. Si inseguono offerte pubbliche di acquisto, fusioni, concentrazioni, nuovi equilibri proprietari.

È il mercato.

Ed è giusto che sia così. Ma proprio perché il mercato è destinato a cambiare continuamente, la Repubblica ha bisogno di principi che non cambino.

Per questo la domanda decisiva non è quale operazione finanziaria andrà a buon fine.

La domanda decisiva è un’altra: esiste ancora un’idea costituzionale del mercato?

Negli ultimi decenni abbiamo finito per considerare il mercato come uno spazio autonomo, regolato quasi esclusivamente dalla concorrenza e dalla finanza.

La Costituzione italiana non ha mai pensato questo. Non considera il mercato un luogo separato dalla Repubblica. Lo inserisce dentro il suo ordinamento.

L’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.

La proprietà è riconosciuta e garantita, ma deve assolvere una funzione sociale.

La cooperazione è promossa. La partecipazione dei lavoratori è prevista. Il risparmio è tutelato e favorito. La nostra non è una Costituzione contro il mercato. È una Costituzione del mercato.

Eppure abbiamo letto questi principi come se fossero capitoli indipendenti.

L’articolo 41 è diventato la norma sull’impresa.

L’articolo 42 quella sulla proprietà.

L’articolo 45 quella sulla cooperazione.

L’articolo 46 quella sulla partecipazione.

L’articolo 47 quella sul risparmio.

Separati.

Come se appartenessero a sistemi diversi. Forse è arrivato il momento di rileggerli insieme.

Perché soltanto allora appare un disegno unitario. Il risparmio non è soltanto una ricchezza privata. È una risorsa della Repubblica.

La cooperazione non è soltanto una forma organizzativa.

È un modo di esercitare la proprietà. La partecipazione non riguarda soltanto il lavoro. Può riguardare anche il governo delle imprese. L’impresa non è soltanto un soggetto economico. È uno dei luoghi nei quali si forma il bene comune.

Per questo il problema del capitalismo italiano non consiste nello stabilire chi vincerà il prossimo risiko bancario.

Le operazioni cambieranno.

Cambieranno i protagonisti.

Cambieranno gli assetti europei.

Ciò che non può continuare a mancare è un ordinamento della proprietà coerente con i principi della Costituzione.

Non un proprietario pubblico.

Non un campione nazionale.

Non una nuova stagione dei salotti buoni.

Ma una proprietà che sappia assumere una responsabilità istituzionale verso la Repubblica.

È qui che la tutela del risparmio incontra la funzione sociale della proprietà. È qui che la cooperazione incontra la partecipazione. È qui che la cittadinanza economica può evolvere in cittadinanza societaria.

Il cittadino non partecipa soltanto attraverso il voto.

Può partecipare anche attraverso il risparmio investito, la previdenza organizzata, i fondi pensione, le casse professionali, il movimento cooperativo, il credito cooperativo, le fondazioni e tutte quelle forme di organizzazione della società civile che possono concorrere stabilmente alla costruzione di una proprietà diffusa, paziente e responsabile.

In questa prospettiva anche il CNEL può ritrovare una funzione nuova. Non soltanto sede della rappresentanza delle categorie.

Ma luogo permanente nel quale la società civile organizzata partecipa alla riflessione sul rapporto tra economia, proprietà e interesse generale.

La Costituzione non ci chiede di scegliere il vincitore di ogni competizione finanziaria. Ci chiede qualcosa di più impegnativo.

Fare in modo che la libertà economica e la responsabilità sociale continuino a camminare insieme.

Le grandi operazioni finanziarie continueranno a succedersi. Cambieranno gli azionisti, i consigli di amministrazione e gli equilibri internazionali. Ma finché il capitalismo italiano non sarà accompagnato da un ordinamento della proprietà coerente con i principi della Costituzione, ogni vittoria resterà provvisoria.

Costituzionalizzare il mercato significa, in fondo, ricordare che la proprietà non è soltanto un diritto. Nella Repubblica è anche una responsabilità.