Sono trascorsi 44 anni dall'attentato di via Carini, a Palermo, nel quale furono uccisi il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Era il 3 settembre 1982. Dalla Chiesa, da pochi mesi prefetto del capoluogo siciliano, era stato inviato in una città attraversata dalla seconda guerra di mafia e segnata dall'offensiva dei corleonesi.
La sua uccisione rappresentò uno degli episodi più gravi della storia della lotta alla criminalità organizzata in Italia e contribuì ad accelerare l'adozione di nuovi strumenti legislativi contro Cosa Nostra. Tra questi, la legge Rognoni-La Torre, approvata nel settembre 1982, introdusse nell'ordinamento il reato di associazione di tipo mafioso, previsto dall'articolo 416-bis del codice penale, e strumenti per aggredire il patrimonio accumulato illecitamente dalle organizzazioni criminali.
Dalla Resistenza alla lotta contro terrorismo e mafia
Nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920, Dalla Chiesa crebbe in una famiglia legata all'Arma dei Carabinieri. Il padre Romano era ufficiale e sarebbe arrivato a ricoprire l'incarico di vice comandante generale dell'Arma.
Entrato nei Carabinieri durante la Seconda guerra mondiale, Dalla Chiesa partecipò alle operazioni nei Balcani. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 rifiutò di collaborare con i tedeschi e prese parte alla Resistenza nelle Marche. Nel dopoguerra proseguì la carriera nell'Arma, conseguendo anche la laurea in giurisprudenza e successivamente quella in scienze politiche.
Il rapporto con la Sicilia e con il fenomeno mafioso divenne centrale già negli anni del dopoguerra. A partire dal 1949, nell'ambito del Comando forze repressione banditismo, Dalla Chiesa si occupò della criminalità nella zona di Corleone. Tra le sue indagini ci fu quella sulla scomparsa del sindacalista Placido Rizzotto, maturando l'ipotesi del coinvolgimento di Luciano Liggio, allora emergente esponente della criminalità corleonese.
Negli anni Sessanta, nuovamente a Palermo, sviluppò un'attività investigativa basata sulla ricostruzione dei rapporti tra esponenti mafiosi, dei legami familiari e delle relazioni di potere. Le sue indagini sulla criminalità organizzata e sulla speculazione edilizia misero inoltre in evidenza i rapporti tra mafia, economia e politica.
Il contrasto alle Brigate Rosse
Nel 1973 Dalla Chiesa fu trasferito a Torino e promosso generale. In una fase particolarmente delicata per il Paese, segnata dall'espansione del terrorismo delle Brigate Rosse, gli venne affidato il compito di organizzare una struttura investigativa specializzata.
Nacque così il Nucleo speciale antiterrorismo, composto da uomini selezionati e formati per operare con particolare riservatezza. Il metodo investigativo adottato combinava attività di intelligence, pedinamenti, intercettazioni e collaborazione con la magistratura.
Nel 1974 furono arrestati alcuni dei principali esponenti delle Brigate Rosse, tra cui Renato Curcio e Alberto Franceschini, anche grazie alle informazioni raccolte attraverso l'infiltrazione di Silvano Girotto, conosciuto come "frate Mitra".
Dopo il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, nel 1978, Dalla Chiesa assunse un ruolo centrale nel coordinamento della risposta dello Stato al terrorismo. Tra i risultati dell'attività investigativa vi furono il ritrovamento del covo di via Monte Nevoso, a Milano, e le conseguenze delle dichiarazioni del brigatista Patrizio Peci, il primo importante collaboratore di giustizia proveniente dalle Brigate Rosse. La progressiva collaborazione di altri militanti contribuì negli anni successivi al forte ridimensionamento dell'organizzazione terroristica.
La nomina a prefetto di Palermo
Nel 1982 Dalla Chiesa tornò in Sicilia, questa volta come prefetto di Palermo. La nomina arrivò mentre Cosa Nostra era impegnata nella seconda guerra di mafia, una fase di violenza che avrebbe portato all'eliminazione di numerosi esponenti delle organizzazioni rivali e al consolidamento del potere dei corleonesi guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Dalla Chiesa arrivò a Palermo con l'esperienza maturata nella lotta al terrorismo e con l'obiettivo di applicare un modello investigativo fondato sulla conoscenza delle strutture criminali e dei loro collegamenti. Il suo incarico, tuttavia, si rivelò breve e segnato dalla difficoltà di disporre di strumenti adeguati rispetto alla dimensione dell'offensiva mafiosa.
In una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, il prefetto manifestò le proprie preoccupazioni per la situazione e per la disponibilità di mezzi ritenuti insufficienti a fronteggiare Cosa Nostra.
L'attentato di via Carini
La sera del 3 settembre 1982 Dalla Chiesa viaggiava a bordo di una Autobianchi A112 Special insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, sposata appena 54 giorni prima. A poca distanza procedeva l'auto di scorta sulla quale si trovava l'agente Domenico Russo.
In via Isidoro Carini, le due vetture furono affiancate da uomini armati. Contro le auto vennero esplose raffiche di Kalashnikov. Dalla Chiesa e Setti Carraro morirono sul colpo. Russo rimase gravemente ferito e morì in ospedale 15 giorni più tardi.
L'attentato segnò profondamente l'opinione pubblica e la vita politica italiana. Pochi giorni dopo, il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, che aveva tra i suoi principali elementi l'introduzione dell'articolo 416-bis e la previsione di misure patrimoniali contro le organizzazioni mafiose.
Quel quadro normativo sarebbe diventato negli anni successivi uno degli strumenti fondamentali dell'azione giudiziaria contro Cosa Nostra, nel contesto della stagione che avrebbe portato anche al maxiprocesso di Palermo e alle indagini del pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il ricordo di Giorgia Meloni
Nel 44° anniversario dell'attentato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato Dalla Chiesa definendolo un uomo che dedicò la propria vita allo Stato, prima nel contrasto al terrorismo e poi nella lotta alla criminalità organizzata.
“Coraggio, senso del dovere, amore per l'Italia”, ha scritto Meloni, indicando questi valori come elementi distintivi della figura del Generale. Nel suo messaggio, la premier ha sottolineato anche la necessità di non lasciare soli quanti sono impegnati quotidianamente nel contrasto alle mafie e nella difesa della legalità.
“L'Italia non dimentica Carlo Alberto Dalla Chiesa”, ha concluso Meloni, ricordando insieme a lui anche coloro che hanno perso la vita nell'esercizio del proprio dovere.