Dentro un data center non si spegne mai niente. I server girano 24 ore su 24, i sistemi di raffreddamento pure, e più cresce la potenza di calcolo, spinta soprattutto dall'intelligenza artificiale, più cresce la bolletta elettrica e la quantità d'acqua necessaria a tenere le sale server a temperatura. È un problema che il settore conosce da tempo, e Aruba, il principale operatore italiano di cloud e hosting, ha deciso di affrontarlo comprandosi le fonti di energia invece di limitarsi ad acquistarla sul mercato.
L'azienda ha annunciato l'acquisizione di tre centrali idroelettriche lungo la Stura di Lanzo, in provincia di Torino, nei comuni di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese. Con questo acquisto il parco idroelettrico di Aruba sale a undici centrali, distribuite su cinque fiumi in quattro regioni italiane, per una produzione complessiva superiore ai 60 gigawattora l'anno, secondo quanto riferito dall'azienda e ripreso da Adnkronos. L'amministratore delegato Stefano Cecconi ha parlato di "un percorso che portiamo avanti da anni con coerenza", legato alla scelta di produrre direttamente energia rinnovabile.
Non è un dettaglio da bilancio aziendale: secondo gli Osservatori del Politecnico di Milano, tra il 2026 e il 2028 in Italia sono stati annunciati 83 nuovi progetti di data center da parte di 30 aziende diverse. Aruba punta ad abbinare produzione propria e tecnologie di raffreddamento più efficienti, come il free cooling e il liquid cooling applicato direttamente ai chip, per contenere i consumi legati proprio al raffreddamento, che restano la voce più pesante dopo il carico informatico vero e proprio.
È un modo, tra i tanti possibili, di affrontare in anticipo un problema che altrove è già esploso in conflitto aperto. Lo Utah lo sta scoprendo da mesi, tra le contee rurali intorno al Great Salt Lake, il lago salato che si sta prosciugando anno dopo anno. Il caso più esposto, come ha ricostruito il sito ambientalista americano Grist, è quello del cosiddetto Stratos Project, un mega data center sostenuto dall'investitore televisivo Kevin O'Leary, noto al pubblico italiano per il programma "Shark Tank", nella contea di Box Elder, nello Utah settentrionale. Il progetto, nella sua versione originale, avrebbe occupato 40mila acri e richiesto 9 gigawatt di potenza.
A inizio maggio, riporta la testata Peoples Dispatch, migliaia di residenti si sono presentati a una riunione della commissione della contea per protestare, e quasi 4mila persone hanno presentato opposizioni formali alla Divisione delle Risorse Idriche dello Utah contro una richiesta di prelievo legata al progetto. Al centro delle proteste non c'è solo la sottrazione d'acqua in una delle regioni più aride degli Stati Uniti, ma anche il rischio delle polveri tossiche che si sollevano dal letto del lago quando si prosciuga. La richiesta iniziale è stata ritirata il 7 maggio, ne è arrivata una molto più piccola, ma secondo gli oppositori, lo racconta il sito The Cooldown, resta legata allo stesso progetto. Sotto la pressione pubblica e politica, agli inizi di giugno O'Leary ha accettato di ridurre l'area del progetto del 75 per cento, dopo aver definito "oltraggiose" nei giorni precedenti le richieste di ridimensionamento avanzate dai leader repubblicani dello stato.
Le cifre circolate sui social, un consumo fino a 16 miliardi di galloni d'acqua l'anno, un'estensione pari a 2,7 volte Manhattan, restano difficili da verificare: il sito di fact-checking Snopes non le ha né confermate né smentite del tutto, segnalando che gli sviluppatori hanno cambiato più volte i piani senza fornire dati definitivi. Più solido, perché viene da un accademico con nome e cognome, è il calcolo di Rob Davies, fisico della Utah State University, secondo cui il calore complessivo generato dal sito equivarrebbe a quello di 23 bombe atomiche al giorno. Anche il governatore repubblicano Spencer Cox ha ammesso pubblicamente che le preoccupazioni sollevate sono legittime.
Il vuoto, semmai, è politico. Il senatore repubblicano John Curtis, interpellato sul tema dalla rivista Roll Call, ha detto di non avere dati sufficienti sui consumi idrici del progetto e ha derubricato la questione a "problema locale", nonostante il caso stia già arrivando al Congresso come esempio di un fenomeno più ampio: negli Stati Uniti i data center generano ormai proteste bipartisan legate alle risorse idriche e ai costi energetici in crescita.
Sono due modi opposti di rispondere alla stessa domanda. Nello Utah lo scontro si gioca sulla trasparenza, quanta acqua, quanta energia, con quali garanzie, in un contesto dove nemmeno i parlamentari dicono di avere i dati necessari per giudicare. In Italia, per ora, il tema non ha ancora prodotto le stesse mobilitazioni pubbliche, e aziende come Aruba scelgono di anticipare la pressione comprandosi le fonti energetiche prima che diventi un problema da piazza.