Manifestare è un diritto. Protestare contro il Governo, contestare una legge, denunciare le difficoltà economiche, chiedere una scuola migliore o esprimere il proprio dissenso sono espressioni fondamentali della democrazia. Ma esiste un confine che non dovrebbe mai essere superato: quello che separa la protesta dalla violenza, la libertà di espressione dalla devastazione, il dissenso politico dall'aggressione fisica. E quanto accaduto negli ultimi giorni nelle piazze italiane dimostra che quel confine è stato oltrepassato troppe volte.
Torino, Milano, Roma, Bologna. Pietre e bottiglie lanciate contro gli agenti, bombe carta, vetrine distrutte, negozi saccheggiati, arredi urbani divelti, mezzi delle forze dell'ordine danneggiati. Scene che nulla hanno a che vedere con una manifestazione civile e che dovrebbero suscitare una condanna unanime, senza distinzioni ideologiche. Invece, puntualmente, comincia il festival delle giustificazioni.
La colpa sarebbe degli incappucciati, dei soliti infiltrati, di gruppi estranei alle manifestazioni. E qualcuno arriva persino a evocare provocatori manovrati dal potere politico, come se dietro ogni pietra scagliata contro un poliziotto dovesse necessariamente nascondersi un complotto. Un'ipotesi che, senza prove, resta soltanto una congettura. Certamente esistono gruppi organizzati che sfruttano le manifestazioni per provocare disordini. Ma raccontare ogni episodio di violenza come opera esclusiva di misteriosi infiltrati significa rischiare di ignorare una realtà ben più scomoda.
Non tutti quelli che partecipano agli scontri indossano un passamontagna. Non tutti appartengono a organizzazioni estremiste. La responsabilità non dipende da come ci si veste, dall'età o dall'appartenenza politica. Un ragazzo con il volto scoperto che lancia una pietra contro un agente è responsabile del proprio gesto esattamente come chi agisce incappucciato. Una ragazza che partecipa a un'aggressione o a una devastazione non diventa meno responsabile perché sostiene una causa che considera giusta. Le responsabilità, naturalmente, devono essere accertate individualmente, ma non possono essere cancellate dietro un'etichetta collettiva.
E qui emerge una questione profondamente politica. Una parte della sinistra, soprattutto quella più radicale, sembra avere enormi difficoltà a pronunciare parole semplicissime: chi aggredisce un poliziotto è un violento, chi distrugge una vetrina commette un reato, chi trasforma una manifestazione in guerriglia urbana non sta esercitando un diritto costituzionale. Troppo spesso la condanna viene accompagnata da un "però", da un richiamo alle ragioni della protesta, da una spiegazione sociologica che finisce per attenuare la gravità dei comportamenti.
Le ragioni del disagio sociale possono essere autentiche. Le condizioni delle scuole possono essere inaccettabili. Il costo della vita può diventare insostenibile. Ma nessuna di queste circostanze autorizza a prendere a sassate un agente che sta svolgendo il proprio servizio. Comprendere le ragioni della rabbia non significa assolverne le conseguenze.
Sarebbe peraltro ingiusto sostenere che tutta la sinistra giustifichi la violenza. Ci sono esponenti politici, sindacati e organizzatori che hanno condannato apertamente gli scontri. A Torino alcuni manifestanti e insegnanti hanno cercato di impedire le provocazioni e separare i gruppi violenti dal resto del corteo. Persino il sindacato di polizia Silp-Cgil ha espresso una condanna durissima delle devastazioni milanesi. È proprio questa la distinzione che dovrebbe prevalere: non tra destra e sinistra, ma tra chi difende il diritto di manifestare e chi pretende di trasformarlo in una licenza di distruggere.

C'è poi un altro aspetto che troppo spesso viene dimenticato. Dietro quelle divise ci sono uomini e donne che lavorano, che hanno famiglie, figli, genitori che li aspettano a casa. Agenti che non decidono le politiche del Governo, non approvano le leggi e non stabiliscono i finanziamenti alla scuola. Eppure diventano il bersaglio materiale di una rabbia indirizzata contro le istituzioni. Colpire un poliziotto non significa colpire il Governo Meloni. Significa colpire una persona e aggredire chi è chiamato a garantire la sicurezza pubblica.
Questo non significa attribuire alle forze dell'ordine un'immunità dalle critiche. Eventuali abusi, interventi sproporzionati o comportamenti illegittimi devono essere verificati e sanzionati. Ma pretendere legalità dagli agenti e contemporaneamente trovare attenuanti per chi li aggredisce è una contraddizione che una democrazia matura non dovrebbe accettare.
E chi paga per tutto questo? Le vetrine distrutte appartengono a commercianti che lavorano. Le auto danneggiate sono spesso beni pubblici. Le strade devastate vengono riparate con risorse che potrebbero essere destinate ad altri servizi. Alla fine il conto arriva ai cittadini, compresi quelli che non hanno partecipato ad alcuna manifestazione e che magari condividono perfino le ragioni della protesta.
La politica ha il dovere di ascoltare la rabbia, soprattutto quella dei giovani. Ma ascoltare non significa legittimare qualsiasi comportamento. E chi guida un partito, un movimento o un'organizzazione studentesca dovrebbe avere il coraggio di dire che la violenza è inaccettabile anche quando arriva dalla propria parte politica. Soprattutto quando arriva dalla propria parte politica.
Perché il vero problema non è soltanto chi lancia una pietra. È anche il clima culturale nel quale quel gesto rischia di essere minimizzato, giustificato o trasformato in una comprensibile manifestazione di esasperazione.
La democrazia non ha paura delle piazze piene. Deve invece preoccuparsi quando la violenza viene confusa con il coraggio, la devastazione con la ribellione e l'aggressione con l'impegno politico.
Manifestare sì, sempre. Contestare il potere, certamente. Ma chi sceglie di distruggere, saccheggiare e aggredire deve rispondere delle proprie azioni. Senza sconti ideologici, senza alibi politici e senza la comoda favola secondo cui i violenti sarebbero sempre e soltanto gli altri.
Perché una pietra lanciata contro un poliziotto non diventa democratica soltanto perché a lanciarla è qualcuno che grida di difendere la democrazia.