Duecento squat imposti come punizione per non aver raggiunto gli obiettivi di lavoro e, cinque giorni più tardi, il ricovero in ospedale con una diagnosi di rabdomiolisi. È quanto sarebbe accaduto a una giovane donna cinese, identificata dai media con il cognome Yang, a Hangzhou, nella provincia orientale dello Zhejiang.
Secondo quanto riferito dall'AGI, che ha ricostruito la vicenda sulla base delle informazioni riportate dai media cinesi, Yang aveva iniziato a giugno il suo primo lavoro come consulente finanziaria in una società che si occupa di assistenza per i prestiti. Il suo incarico consisteva principalmente nel teleselling, con telefonate rivolte a potenziali clienti.
La scelta tra esercizi e sanzione economica
Il 28 luglio, dopo non aver raggiunto due degli obiettivi fissati, Yang avrebbe ricevuto la possibilità di scegliere tra una punizione fisica e una sanzione economica. In particolare, secondo quanto riferito dalla giovane, avrebbe dovuto eseguire 100 squat oppure pagare 50 yuan, circa 7 dollari, per ciascun obiettivo non completato.
Yang avrebbe quindi optato per gli esercizi, arrivando a eseguirne 200. La decisione sarebbe stata motivata anche dalle sue difficoltà economiche. «Non ho soldi», avrebbe spiegato, secondo la ricostruzione della vicenda.
La giovane avrebbe inoltre registrato diversi video durante l'esecuzione degli squat, in differenti punti dell'edificio che ospitava gli uffici, per dimostrare al supervisore di aver portato a termine la punizione.
Le immagini, secondo quanto riferito, mostrerebbero Yang in difficoltà al termine degli esercizi: la donna avrebbe faticato a rialzarsi e avrebbe iniziato a camminare in modo instabile. Poco dopo sarebbero comparsi forti dolori alle gambe.
Il ricovero dopo cinque giorni
Nonostante i sintomi, Yang non si sarebbe recata immediatamente in ospedale. A causa delle proprie difficoltà economiche avrebbe atteso cinque giorni, fino a quando le sue urine sono diventate molto scure.
Gli accertamenti medici hanno portato alla diagnosi di rabdomiolisi, una condizione caratterizzata dalla rapida distruzione delle fibre muscolari e dal conseguente rilascio nel sangue di sostanze che, se presenti in concentrazioni elevate, possono danneggiare i reni.
Nel caso della giovane, gli esami avrebbero evidenziato un livello di creatinchinasi superiore a 16.000 U/L. Un valore fortemente elevato rispetto ai livelli di riferimento e compatibile, nel contesto clinico, con un grave danno muscolare.
Yang non avrebbe sviluppato un'insufficienza renale. I medici le avrebbero prescritto riposo e raccomandato di evitare attività fisiche intense. La giovane ha riferito di aver sostenuto circa 1.400 yuan, equivalenti a poco più di 200 dollari, tra spese mediche e altri costi legati alle cure.
Il 30 luglio Yang ha lasciato il posto di lavoro. La giovane ha spiegato di non essere più nelle condizioni di continuare a lavorare e di sottoporsi alle punizioni che, a suo dire, le sarebbero state imposte.
La richiesta di risarcimento
Secondo la versione fornita da Yang, gli obiettivi stabiliti dall'azienda sarebbero stati deliberatamente irrealistici con l'intento di spingerla a lasciare il posto. La giovane ha quindi chiesto al responsabile il rimborso delle spese mediche e di trasporto, oltre a 15.000 yuan, circa 2.200 dollari, a titolo di risarcimento.
Yang ha sostenuto di non poter cercare un nuovo impiego per almeno 75 giorni a causa delle proprie condizioni di salute.
La richiesta è stata respinta da Zhang, che avrebbe invitato la giovane a rivolgersi alle autorità competenti per far valere le proprie ragioni. Il responsabile, interpellato dai giornalisti, avrebbe riconosciuto che la punizione era contraria alla normativa sul lavoro, contestando tuttavia la responsabilità dell'azienda per le conseguenze subite dalla dipendente e l'entità della somma richiesta.
L'indagine dell'ispettorato
Dopo essersi rivolta a un programma televisivo locale dedicato alla risoluzione delle controversie, Yang ha presentato il caso all'ispettorato del lavoro competente. L'autorità ha assicurato l'apertura di un'indagine sulla vicenda.
La normativa cinese sul lavoro, secondo quanto riportato dai media che hanno seguito il caso, prevede sanzioni per i responsabili di insulti o punizioni fisiche nei confronti dei dipendenti, che in determinate circostanze possono arrivare fino a 15 giorni di detenzione.
L'accertamento delle responsabilità e delle eventuali violazioni spetterà ora alle autorità competenti. Al momento, la vicenda ruota dunque attorno a due profili distinti: da una parte le condizioni e le modalità con cui sarebbe stata imposta la punizione alla dipendente, dall'altra il riconoscimento di un eventuale danno e del relativo risarcimento.