Dopo dieci mesi lontani da casa, i bambini della cosiddetta "famiglia nel bosco" torneranno finalmente a Palmoli. Ma solo per poche ore. Una prima apertura nel lungo e controverso percorso che riguarda Catherine e Nathan Trevallion e i loro tre figli, annunciata dall'avvocato Simone Pillon, legale della coppia, nel corso di "Porta a Porta".

"L'incontro è stato proficuo e ci permette finalmente di dare la notizia che tutta l'Italia stava aspettando: la settimana prossima, seppure per poche ore, i bambini della casa nel bosco torneranno a casa", ha spiegato Pillon.

Il rientro avverrà nei giorni precedenti l'inizio della scuola e rappresenterà soltanto una tappa del percorso graduale previsto. Secondo il legale, durante l'ultimo incontro con l'assistente sociale i tempi inizialmente stabiliti sarebbero stati leggermente incrementati.

Una notizia certamente positiva, ma che non cancella il punto centrale dell'intera vicenda: sono trascorsi dieci mesi. Dieci mesi nei quali tre bambini sono rimasti lontani dalla propria casa e dalla quotidianità familiare. E proprio mentre si comincia finalmente a parlare concretamente di rientro, diventa inevitabile interrogarsi sulla proporzionalità di quanto accaduto e sui tempi di un sistema che, quando interviene nella vita di una famiglia e soprattutto dei minori, dovrebbe avere nella rapidità delle decisioni una delle proprie priorità.

La battaglia giudiziaria, infatti, non è terminata. Pillon ha annunciato un ricorso contro le decisioni del Tribunale, ritenute eccessivamente prudenti. Secondo la difesa, sarebbe stato possibile disporre immediatamente il ritorno dei bambini salvaguardando contemporaneamente il diritto dei genitori di scegliere il modello educativo per i propri figli.

"Chiederemo di voler rivedere la decisione", ha spiegato il legale, indicando due questioni sulle quali la famiglia intende insistere: libertà educativa e salute dei bambini. L'obiettivo dichiarato è ottenere "il rientro definitivo e completo".

Dall'incontro con i servizi sociali emergono comunque segnali di distensione. I genitori avrebbero illustrato le proprie preoccupazioni rispetto allo stress subito dai bambini, spiegando inoltre il loro stile educativo e alcune modalità di rapporto con i figli che, secondo la loro posizione, sarebbero state in passato interpretate in maniera non corretta.

Sono arrivate inoltre rassicurazioni sugli accertamenti relativi alla salute dei minori e sul coinvolgimento dell'équipe di Neuropsichiatria Infantile nel percorso scolastico. Sarebbero state concordate anche nuove modalità di confronto tra tutti i soggetti coinvolti, con l'obiettivo di abbassare il livello dello scontro e favorire un dialogo più efficace.

È certamente un passo avanti. Ma resta difficile considerare normale che per vedere tre bambini varcare nuovamente la porta della propria casa, anche soltanto per qualche ora, siano stati necessari dieci mesi.

La tutela dei minori deve venire prima di tutto e non può essere trasformata in uno slogan da utilizzare a seconda delle convenienze. Proprio perché la tutela è fondamentale, ogni allontanamento deve essere necessario, proporzionato, continuamente verificato e limitato al tempo strettamente indispensabile. Quando una separazione familiare si prolunga per mesi, il sistema ha il dovere di interrogarsi anche sulle conseguenze prodotte dal proprio stesso intervento.

La vicenda della famiglia nel bosco, al di là delle simpatie o delle antipatie suscitate dallo stile di vita scelto dai genitori, pone quindi una questione molto più grande: fino a dove può arrivare lo Stato nel giudicare un modello familiare ed educativo e, soprattutto, quando la protezione rischia di trasformarsi essa stessa in una fonte di sofferenza?

La prossima settimana quei bambini torneranno a Palmoli. Per poche ore, dopo dieci mesi. È una buona notizia, certamente ma è anche il momento di chiederci una volta per tutte perché sia servito così tanto tempo per arrivarci.