La vicenda della famiglia nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, continua a riservare colpi di scena. Questa volta, però, non si parla direttamente di tribunali, servizi sociali o battaglie legali per il ritorno dei tre bambini a casa. Al centro dell’attenzione finisce Catherine Birmingham, la madre dei minori, che avrebbe sottoscritto un contratto con l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare per un compenso di 60 euro lordi all’ora.
Una notizia che lascia spazio a più di una riflessione, soprattutto considerando il delicatissimo contesto giudiziario e familiare nel quale si inserisce.
Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni giornalistiche, il contratto sarebbe stato sottoscritto il 17 ottobre e prevederebbe la partecipazione della donna a un percorso formativo dedicato all’“Intelligenza Naturale”, durante il quale Catherine metterebbe a disposizione la propria esperienza personale.
Non risulta, dunque, un’assunzione come pedagogista, ma un incarico retribuito per raccontare una particolare esperienza di vita e il proprio modello educativo.
Ed è proprio questo il punto che fa discutere.
Mentre la giustizia minorile è ancora impegnata a valutare la situazione dei tre figli, la madre diventa protagonista di un’attività formativa a pagamento proprio sulla base dell’esperienza familiare finita al centro del caso nazionale.
Una coincidenza quantomeno singolare, che solleva interrogativi sull’opportunità di trasformare una vicenda tanto delicata in un’occasione professionale.
L’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare è una realtà privata e il compenso indicato, 60 euro lordi per ogni ora di attività, non rappresenta una retribuzione pubblica. Resta inoltre da chiarire quante ore siano effettivamente previste e quale sia l’importo complessivo dell’incarico.
Naturalmente, Catherine Birmingham ha tutto il diritto di lavorare e di ricevere un compenso per la propria attività. Nessuno mette in discussione questo principio.
Ma il problema, almeno sul piano dell’opportunità, è un altro: può una vicenda familiare ancora al vaglio della magistratura diventare materia di insegnamento retribuito prima ancora che siano definitivamente chiariti tutti gli aspetti relativi alla tutela dei minori?
La domanda appare legittima, soprattutto perché il caso della famiglia nel bosco ha già provocato un acceso confronto nell’opinione pubblica, dividendo chi difende la libertà educativa dei genitori e chi richiama la necessità di garantire ai bambini condizioni di crescita adeguate.
Intanto, mentre si discute di contratti, lezioni e compensi, resta sullo sfondo la questione più importante: il futuro dei tre figli e la possibilità di ricostruire una quotidianità familiare stabile.
Perché, al di là dei 60 euro l’ora, il vero nodo della vicenda non è quanto possa guadagnare Catherine Birmingham, ma il rischio che una storia dolorosa e ancora irrisolta finisca per diventare un fenomeno mediatico con tanto di risvolti economici.
La famiglia nel bosco è ormai un caso nazionale. La speranza è che, tra notorietà, polemiche e nuovi incarichi, nessuno perda di vista i tre bambini.