Il 22 giugno Giovanni Malagò viene eletto presidente della FIGC. Oggi, a distanza di alcuni mesi, il CONI è chiamato a decidere se quanto accaduto possa integrare una violazione sufficientemente grave da giustificare addirittura il commissariamento della Federazione. Ma osservando la vicenda a ritroso emerge una domanda che rischia di essere ancora più importante di quella che sarà affrontata il 6 ottobre: quando la FIGC ha avuto concretamente la possibilità di sapere che Malagò non risultava tesserato e che cosa è stato fatto, da quel momento, per verificare la regolarità della candidatura?

Perché il problema non nasce il 22 giugno e nemmeno dopo l’elezione. La candidatura di Malagò viene formalmente depositata il 13 maggio, insieme a quella di Giancarlo Abete, mentre il giorno successivo la Federazione pubblica il provvedimento con cui le due candidature vengono ammesse e quella dell’avvocato Renato Miele viene invece esclusa per la mancanza dell’accredito richiesto da almeno una componente federale. La FIGC, in quel passaggio, certifica il possesso dei requisiti richiesti per i candidati ammessi.

Ed è qui che comincia il primo vero buco nero della vicenda.

Già immediatamente dopo l’ammissione delle candidature viene chiesto l’accesso agli atti della procedura, richiesta che, secondo quanto emerge dagli atti successivi, viene presentata il 14 maggio e poi reiterata senza che la documentazione venga consegnata. Pochi giorni dopo viene contestata formalmente non soltanto l’esclusione di Miele, ma anche l’ammissibilità delle candidature concorrenti: per Malagò viene espressamente sollevata la questione del mancato tesseramento, mentre per Abete viene contestata una situazione di conflitto di interessi.

Il primo esposto viene presentato il 19 maggio, quindi più di un mese prima delle elezioni. È questo uno dei passaggi centrali, perché da quel momento la questione del tesseramento di Malagò non può più essere considerata un elemento emerso soltanto a posteriori. La FIGC, il presidente federale e gli organi interessati avevano infatti già ricevuto una contestazione precisa, che poneva il problema della regolarità della candidatura.

Questo dato cambia inevitabilmente la prospettiva. La domanda non è più soltanto se Malagò dovesse essere tesserato, ma perché, una volta sollevato formalmente il dubbio, non sia stato effettuato un controllo definitivo prima del voto.

Nei giorni successivi il contenzioso prosegue. Viene sollevata anche la questione della consegna degli atti e della verbalizzazione dei requisiti dei candidati, mentre gli organi federali continuano a muoversi sulla base dei provvedimenti già adottati. Secondo la ricostruzione degli atti, il mancato tesseramento di Malagò viene poi nuovamente portato all’attenzione degli organi competenti e l’11 giugno viene presentato un esposto alla Procura federale.

A quel punto la questione è già pienamente inserita nel circuito della giustizia sportiva.

Il 18 giugno, quattro giorni prima delle elezioni, intervengono le Sezioni Unite della Corte Federale d’Appello. Anche in questo passaggio viene ribadita la contestazione sul tesseramento, ma il procedimento non arriva a una pronuncia che impedisca lo svolgimento dell’assemblea elettiva. Nello stesso periodo viene sollevato anche il tema dell’indipendenza e dell’imparzialità degli organi chiamati a decidere, con richieste di astensione e contestazioni sul ruolo di chi aveva partecipato alla composizione degli stessi organismi di verifica.

Il 22 giugno si vota comunque e Malagò viene eletto presidente.

Ed è qui che il caso diventa ancora più complesso. Perché, se la questione del tesseramento era già stata sollevata più volte prima del voto, bisogna capire chi avrebbe dovuto intervenire e perché nessuno abbia ritenuto necessario fermare la procedura fino a una verifica definitiva.

Il nodo non riguarda soltanto la FIGC, ma anche gli organi di controllo e di giustizia sportiva. In una materia che ha una chiara rilevanza pubblicistica, la verifica dei requisiti dei candidati non può essere ridotta a un mero adempimento formale, soprattutto quando esistono contestazioni già depositate e documentate.

Dopo l’elezione, la vicenda prosegue davanti al Collegio di Garanzia dello Sport del CONI, dove vengono nuovamente sollevati i problemi relativi al tesseramento e alla legittimità della procedura. Anche qui, però, il ricorso viene dichiarato inammissibile, senza che il merito della questione trovi una soluzione capace di chiudere definitivamente il caso.

Ed è proprio questo susseguirsi di decisioni fondate su questioni procedurali, legittimazione ad agire e ammissibilità a lasciare aperto il punto centrale: chi avrebbe dovuto verificare nel merito se il candidato alla presidenza della FIGC possedesse effettivamente tutti i requisiti richiesti?

C’è poi la questione dei termini. Una delle argomentazioni utilizzate per sostenere la stabilità dell’elezione è che gli organi competenti avrebbero dovuto contestare l’ammissione entro sette giorni. Ma proprio questo elemento apre un ulteriore paradosso. Se il termine per intervenire era così breve, diventa ancora più importante stabilire quando la Federazione, gli organi di controllo e quelli di giustizia abbiano saputo, o avrebbero potuto sapere, del problema.

Perché il decorso di un termine può rendere inammissibile un ricorso, ma non cancella quello che è accaduto prima.

Ed è questo il punto sul quale oggi il CONI è chiamato a fare chiarezza. Miele ha formalmente diffidato i vertici del Comitato olimpico chiedendo il commissariamento della FIGC e sostenendo che siano emerse violazioni dell’ordinamento sportivo tali da rendere necessario un intervento. La Giunta nazionale dovrà ora valutare se la mancanza del tesseramento possa essere considerata una violazione sufficientemente grave da giustificare il commissariamento.

Ma al di là della battaglia giuridica, resta un problema istituzionale molto più ampio.

Malagò è stato eletto il 22 giugno, ma prima di quella data erano già stati presentati ricorsi, esposti e richieste di verifica. Il primo risale al mese di maggio, pochi giorni dopo la presentazione della candidatura. Dunque la questione non era sconosciuta e non può essere raccontata come una sorpresa emersa soltanto dopo il voto.

Il vero tema è capire se il sistema dei controlli abbia funzionato.

Se il tesseramento era un requisito necessario, perché la candidatura è stata ammessa? Se esisteva un dubbio concreto, perché non è stato sciolto prima delle elezioni? Se gli organi competenti erano stati informati, perché nessuno ha ritenuto di intervenire in modo definitivo? E, soprattutto, perché oggi si discute di un possibile commissariamento per una questione che, almeno sul piano delle contestazioni, era già sul tavolo da oltre un mese prima del voto?

Sono questi i buchi neri che restano.

Perché la questione non riguarda più soltanto Giovanni Malagò o Renato Miele, né può essere ridotta a una battaglia tra candidati. Riguarda il funzionamento della FIGC, dei suoi organi di controllo e della giustizia sportiva, e soprattutto la capacità del sistema di garantire trasparenza, indipendenza e correttezza in una procedura che porta all’elezione del presidente della più importante federazione sportiva italiana.

Se il CONI dovesse arrivare alla conclusione che il tesseramento era effettivamente un requisito indispensabile, la domanda successiva sarebbe inevitabile: com’è possibile che un problema noto prima delle elezioni sia diventato un caso istituzionale soltanto dopo che quelle elezioni si erano già svolte?