Il rigetto del reclamo da parte della Corte Federale d’Appello non chiude, almeno per Renato Miele, il contenzioso sull’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC. L’avvocato ed ex calciatore, che aveva presentato la propria candidatura alla guida della Federazione senza essere ammesso alla competizione elettorale, continua infatti a contestare diversi passaggi della procedura e guarda ora alle eventuali decisioni del Coni e, successivamente, alla possibilità di rivolgersi alla giustizia ordinaria.

In questa intervista esclusiva Miele ricostruisce le ragioni della propria iniziativa, torna sul tema del tesseramento di Malagò, spiega perché ritiene di essere legittimato a impugnare l’elezione e affronta anche un tema più ampio: quello della governance e della credibilità del calcio italiano.

Avvocato Miele, partiamo dall’inizio: perché ha deciso di contestare l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC e qual è, secondo lei, il punto principale su cui si fonda il suo ricorso?

«Io ho presentato la mia candidatura a presidente federale avendo un’idea ben chiara delle cose che ci sono da fare per progettare il rilancio del calcio italiano, ma, non avendo il sostegno di almeno una componente della governance del calcio, non sono stato ammesso all’elezione. Ho quindi impugnato il provvedimento di esclusione, contestando la legittimità della norma che prevede questo sostegno, e nel frattempo mi sono accorto che anche i candidati ammessi presentavano, a mio avviso, problemi relativi ai requisiti. Malagò, in particolare, non era neppure in regola con il tesseramento, così come previsto dalle norme dell’ordinamento sportivo e da una legge dello Stato. Per questo, già dal 19 maggio, ho eccepito l’irregolarità della procedura elettorale».

Lei ha sollevato in particolare la questione del tesseramento FIGC di Malagò. Può spiegarci in termini semplici perché ritiene questo elemento rilevante ai fini della validità della sua candidatura?

«La norma che prevede di essere “in regola con il tesseramento” è, a mio giudizio, tassativa, indiscutibile e inequivocabile. Inoltre non si tratta soltanto di una disposizione dell’ordinamento sportivo, perché il requisito è previsto anche da una legge dello Stato, precisamente dall’articolo 15 del decreto legislativo 36 del 2021».

Il Tribunale Federale Nazionale aveva dichiarato il suo ricorso inammissibile anche per difetto di legittimazione, in quanto candidato escluso. Cosa contesta di questa interpretazione e perché ritiene di avere titolo per impugnare l’elezione?

«Le decisioni dei giudici sportivi fino a oggi sono per me incomprensibili e inaccettabili. Chi può sostenere che un tesserato, che per di più si era candidato all’elezione, non sia legittimato a contestare l’irregolarità di una procedura che lo riguarda direttamente? A maggior ragione se è stato escluso. Di fronte anche al rifiuto della FIGC di consegnare gli atti e con l’obiettivo di ottenere una decisione sulla regolarità della mia esclusione, ritengo di avere tutto il diritto di agire davanti a un giudice affinché venga valutata la legittimità dell’operato degli organi federali».

Nel ricorso era stata sollevata anche la questione dell’accesso agli atti relativi alla candidatura di Malagò. Quali documenti aveva chiesto di visionare e perché ritiene che possano essere determinanti?

«Il rifiuto di consegnare gli atti mi ha impedito di avere elementi utili alla mia difesa e soprattutto di verificare se la Commissione Verifica Poteri avesse controllato in maniera paritaria lo status giuridico di tutti i candidati. Non ho potuto verificare se Malagò fosse effettivamente tesserato al momento della candidatura. Oggi, secondo quanto emerso dagli accertamenti della Procura federale, ritengo che la mancanza di questo requisito sia stata definitivamente accertata».

Dopo il rigetto del reclamo da parte della Corte Federale d’Appello considera conclusa la vicenda oppure esistono ulteriori strumenti di tutela? Quali saranno adesso i suoi prossimi passi?

«No, la vicenda non è conclusa. Anzi, finalmente sta maturando la possibilità di ricorrere al giudice ordinario, come previsto dalla legge 280 del 2003. Tutto dipenderà però dal Coni. Se il Coni dovesse intervenire commissariando la FIGC o annullando le elezioni, verrebbe meno il mio interesse a proseguire. In caso contrario valuterò gli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione».

In un momento delicato anche per la Nazionale italiana e, più in generale, per tutto il movimento calcistico del Paese, quanto ritiene che vicende come questa possano incidere sulla credibilità e sulla stabilità del sistema? E pensa che il calcio italiano abbia bisogno di una riforma più profonda della propria governance?

«L’organizzazione della Federazione da vent’anni non va al Mondiale. C’è quindi un problema evidente che riguarda chi occupa i posti decisionali della FIGC, eppure sono ancora tutti ai loro posti. Pur di mantenere la poltrona sono arrivati, a mio giudizio, a fare una figura disastrosa, dimostrando di non saper effettuare neppure un’elezione del presidente regolare. Se un medico, dopo anni di cure, non riesce a debellare la malattia, o cambi le cure o cambi il medico. La FIGC non ha fatto né l’uno né l’altro».

Al di là degli aspetti strettamente tecnici e normativi, la vicenda apre quindi una questione più ampia che riguarda la credibilità del sistema calcio italiano. Contestazioni sulle procedure, ricorsi e scontri sulla legittimità degli organi federali rischiano di alimentare ulteriormente dubbi e sfiducia nei confronti delle istituzioni sportive, proprio in una fase nella quale il movimento avrebbe bisogno di stabilità, trasparenza e regole percepite come chiare da tutti gli attori coinvolti.

Il tema, dunque, supera il singolo caso e riguarda il modello con cui il calcio italiano sceglie i propri vertici, trasferisce responsabilità e costruisce una prospettiva di lungo periodo. Più che interventi episodici legati alle singole emergenze, il confronto aperto dalla vicenda sembra porre sul tavolo la necessità di una riflessione strutturale sulla governance, sui meccanismi di rappresentanza e sulla capacità del sistema di rinnovarsi senza perdere trasparenza e credibilità.