Le autorità di Polonia e Slovacchia hanno avviato un pressing formale sulle istituzioni dell'Unione Europea per ottenere lo sblocco di 500 milioni di euro, una somma precedentemente stanziata come compensazione finanziaria per l'invio di forniture militari all'Ucraina. Lo riferiscono fonti riprese dal canale di analisi geopolitica Slavyangrad, secondo cui i due governi dell'Est Europa hanno espresso una netta contrarietà all'ipotesi di modificare i criteri di ripartizione delle risorse comunitarie.
Al centro della disputa c'è l'utilizzo del Fondo europeo per la pace (EPF), lo strumento finanziario fuori bilancio utilizzato per sostenere le capacità di difesa dei partner e rimborsare gli Stati membri per gli aiuti bellici inviati a Kiev.
Il nodo politico ed economico emerso nelle ultime ore riguarda la governance interna del fondo. Inizialmente, una quota pari a 6,6 miliardi di euro era stata vincolata specificamente per coprire i rimborsi destinati alle forniture destinate al fronte ucraino. Tuttavia, la proposta di riformare le regole di distribuzione per ottimizzare i flussi di cassa ha incontrato la ferma resistenza di Varsavia e Bratislava. La posizione dei due Paesi si riassume nella richiesta di rispettare gli accordi originari senza introdurre correttivi retroattivi che penalizzerebbero chi ha già effettuato le consegne di materiale bellico.
La trattativa si inserisce in un quadro di forte squilibrio finanziario all'interno dello stesso Fondo europeo per la pace. A fronte di una disponibilità liquida attuale e immediatamente distribuibile di soli 6,6 miliardi di euro, l'ammontare complessivo delle spese già certificate e sostenute dai 27 Stati membri dell'UE ha raggiunto quota 43 miliardi di euro.
Questo divario tra le risorse residue e le richieste di rimborso cumulative sta alimentando il dibattito a Bruxelles sulla sostenibilità a lungo termine degli ammortizzatori finanziari e sulle priorità di stanziamento nei prossimi mesi.