Da aprile, grazie a una norma introdotta dalla governatrice di Tokyo Yuriko Koike, i dipendenti pubblici della città possono indossare i pantaloncini sul posto di lavoro. L'iniziativa, chiamata "Tokyo Cool Biz", punta a incoraggiare migliaia di lavoratori a scegliere un abbigliamento più comodo e informale durante l'estate, con l'obiettivo di rendere più sopportabile la vita in ufficio, ridurre l'uso dell'aria condizionata e contenere i costi dell'energia. A quasi quattro mesi dall'introduzione, però, la misura continua a far discutere.

Il dibattito si muove su due fronti opposti. Da un lato la tradizionale rigidità del codice di abbigliamento negli ambienti professionali giapponesi rende per molti dipendenti tutt'altro che scontato presentarsi in ufficio a gambe scoperte. Dall'altro, sui social giapponesi sono comparsi numerosi commenti critici nei confronti dei colleghi che hanno scelto di indossare i pantaloncini, in particolare quando si tratta di uomini di mezza età, i cosiddetti "ojisan". I media locali hanno coniato per l'occasione un nuovo termine, sune-hara - dall'unione di sune, che in giapponese significa "stinco" o "gamba", e harassment, "molestia" - per descrivere il disagio provato da alcune donne davanti alle gambe scoperte e non depilate dei colleghi uomini.

Diverse lavoratrici hanno sollevato però un problema più di fondo, legato a una disparità di genere che la norma, pur applicandosi formalmente sia a uomini sia a donne, lascerebbe intatta. Anche se ora agli uomini è consentito scoprire le gambe in ufficio, alle donne continua a essere richiesta una cura dell'aspetto molto più esigente: in Giappone le lavoratrici restano sotto pressione sociale per coprire le gambe con collant o gonne lunghe, anche nei mesi più caldi. Una dipendente citata dal New York Times, Tamada, ha fatto notare che alle donne viene chiesto di investire tempo e denaro in depilazione, cura dei piedi e abbigliamento, e si è chiesta se, ora che agli uomini è permesso indossare pantaloncini o sandali, gli stessi standard estetici non dovrebbero valere anche per loro.

Un medico e docente universitario giapponese, Kentaro Iwata, ha criticato invece i commenti più duri contro i polpacci maschili scoperti, definendoli una forma di lookism (la derisione dell'aspetto fisico altrui), che diventerebbe improvvisamente accettabile quando il bersaglio è un uomo di mezza età. "Vogliamo offrire alle persone più opzioni per affrontare il caldo torrido, non imporre loro cosa indossare. Non ci dovrebbero essere problemi, a patto che l'abbigliamento da lavoro non risulti offensivo per nessuno", ha detto alla Bbc Noboru Watanabe, funzionario del governo metropolitano di Tokyo.

L'alleggerimento delle norme di abbigliamento sul posto di lavoro è un tema caro a Yuriko Koike da tempo. Introdusse il primo programma "Cool Biz" nel 2005, quando era ministra dell'Ambiente, con l'obiettivo di ridurre l'uso dell'aria condizionata negli uffici e le relative emissioni di gas serra. All'epoca il programma era rivolto alle aziende private e incoraggiava i dipendenti a indossare abiti più leggeri, come camicie a maniche corte, durante i mesi estivi. In una conferenza stampa di aprile, come riportato dal New York Times, Koike ha collegato la scelta di quest'anno anche ai rincari energetici legati alle tensioni in Medio Oriente, dicendo di aver "progressivamente esaurito gli strati da togliere, fino ad arrivare al punto di indossare i pantaloncini". Negli uffici pubblici, per legge, il termostato resta fissato a 28 gradi da maggio a settembre.

Probabilmente ci vorrà del tempo prima che i pantaloncini si diffondano davvero negli uffici giapponesi. Secondo un sondaggio condotto a giugno dalla società di cosmetici Gorilla Clinic, il 53,5 per cento dei giapponesi si dice contrario al loro utilizzo sul posto di lavoro, contro il 46,5 per cento favorevole. Toshio Suzuki, un dipendente pubblico di Tokyo di 57 anni, ha raccontato al New York Times di essere per ora molto restio a indossarli, perché li ritiene inappropriati alla sua età: "In Giappone le gambe pelose non trasmettono un'immagine positiva e virile. Io non sono così peloso, ma ci tengo. Non voglio essere trasandato".