Un documento di tredici pagine rimasto nei faldoni del RIS per quasi vent'anni, mai entrato nel processo e, soprattutto, una valutazione psicologica su Alberto Stasi che non risulterebbe essere stata commissionata dalla Procura. È l'ennesimo elemento destinato a scuotere il caso Garlasco e a riportare l'attenzione non soltanto su chi abbia ucciso Chiara Poggi, ma sul modo in cui vennero condotte le prime indagini nel 2007. La relazione, riemersa dalla documentazione acquisita nell'ambito dei nuovi accertamenti, contiene infatti un profilo estremamente duro dell'allora fidanzato della vittima, descritto attraverso concetti come freddezza, capacità di calcolo, manipolazione, narcisismo, ipercontrollo e mancanza di emozioni, delineando un'immagine che sembra anticipare in maniera impressionante quella rappresentazione di Stasi freddo e imperturbabile che negli anni successivi sarebbe diventata uno degli elementi più ricorrenti nel racconto pubblico del delitto.
La questione più delicata riguarda però l'origine stessa di quelle tredici pagine. Il documento sarebbe stato rinvenuto nei faldoni del RIS di Parma, su carta intestata della psicologa e criminologa Alessandra Bramante, ma non risulterebbero una delega della Procura di Vigevano, una formale richiesta della pm Rosa Muscio o una documentazione capace di ricostruire con chiarezza il conferimento dell'incarico. La relazione, inoltre, non sarebbe mai stata depositata nel procedimento che avrebbe poi portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Un particolare tutt'altro che marginale, perché quella valutazione sarebbe stata elaborata utilizzando anche verbali e dichiarazioni rese da Stasi durante le prime settimane dell'inchiesta, quando parte della documentazione investigativa era coperta dal segreto, aprendo inevitabilmente la questione di chi abbia deciso di mettere quel materiale a disposizione, per quale ragione e con quale obiettivo.
Ancora più significativo è il metodo con cui sarebbe stato costruito il profilo. Non risulta infatti un colloquio clinico diretto tra la professionista e Alberto Stasi: il giovane sarebbe stato valutato attraverso gli atti, i verbali e il comportamento descritto dagli investigatori, arrivando a formulare considerazioni particolarmente nette sulla sua personalità e persino sul modo nel quale rispondeva alle domande. È proprio questo passaggio a rendere la vicenda esplosiva sul piano investigativo, perché pone una questione che non può essere liquidata come una semplice curiosità rimasta dimenticata in un archivio: perché, mentre l'inchiesta era ancora in corso, qualcuno sentì la necessità di costruire un profilo personologico così marcato dell'indagato senza che risultasse un incarico formale della Procura?
Il punto non è sostenere che quella relazione abbia determinato la successiva condanna di Stasi, circostanza che allo stato non può essere affermata, né trasformare un documento investigativo in una prova di un presunto complotto. Il punto è capire se e quanto quel profilo possa avere influenzato l'approccio investigativo nei confronti dell'allora fidanzato di Chiara Poggi, perché se gli investigatori iniziano a leggere un sospettato attraverso categorie come freddezza, manipolazione, narcisismo e assenza di emozioni, il rischio di interpretare ogni comportamento successivo attraverso quella stessa lente diventa una questione che merita almeno di essere approfondita.
Ed è impossibile separare completamente questa scoperta da quanto emerso recentemente sulle analisi effettuate nel 2007 sui pedali della bicicletta di Stasi. Anche in quel caso sono riemersi dati relativi a due controlli del settembre 2007 con esito negativo rispetto alla presenza del DNA di Chiara Poggi, risultati che non risultavano nel fascicolo processuale così come era stato conosciuto dalle parti. Ora compare una valutazione psicologica rimasta anch'essa fuori dal processo. Si tratta di elementi diversi, che non possono essere automaticamente sommati per mettere in discussione una sentenza definitiva, ma la loro successione rende sempre più difficile evitare una domanda: quanta parte del materiale prodotto durante le prime indagini di Garlasco è stata realmente conosciuta, valutata e discussa nel contraddittorio processuale?
Diciannove anni dopo l'omicidio di Chiara Poggi, il problema non riguarda dunque soltanto Alberto Stasi e neppure soltanto Andrea Sempio, oggi al centro della nuova inchiesta. Riguarda il funzionamento stesso dell'indagine originaria e la possibilità di ricostruire finalmente, documento dopo documento, ciò che accadde nel 2007. Una condanna definitiva non può essere cancellata da un titolo di giornale né da una serie di anomalie emerse successivamente, ma allo stesso modo una sentenza non può impedire di interrogarsi sulla completezza del materiale investigativo che accompagnò il percorso giudiziario.
Perché se dagli archivi continuano a emergere documenti, analisi e accertamenti rimasti per quasi vent'anni fuori dal perimetro conosciuto del processo, la domanda diventa inevitabilmente più grande dello stesso caso Garlasco: prima di stabilire ancora una volta chi sia il colpevole, qualcuno dovrà spiegare perché tutto questo materiale sia rimasto nell'ombra così a lungo.