Un altro tassello destinato a sollevare interrogativi pesantissimi sulle vecchie indagini di Garlasco. Questa volta non si parla di interpretazioni, ricostruzioni televisive o indiscrezioni marginali, ma della sorte del materiale scientifico raccolto e analizzato dopo l'omicidio di Chiara Poggi. Alcuni degli eluiti, cioè le soluzioni liquide ottenute durante le lavorazioni di tracce e reperti, sarebbero stati distrutti dal RIS di Parma nel 2016, diversi anni prima dell'autorizzazione dell'autorità giudiziaria alla distruzione dei reperti.

È questo uno degli elementi che emergono dalle nuove carte finite all'attenzione della Procura di Pavia. Un passaggio particolarmente delicato perché nel 2007 lo stesso RIS aveva verbalizzato che gli eluiti sarebbero stati conservati e messi a disposizione dell'autorità giudiziaria. A distanza di anni, però, quando gli investigatori sono tornati a cercare quel materiale nell'ambito della nuova inchiesta, è emerso che una parte era già stata smaltita.

Secondo la ricostruzione che emerge dalla documentazione, lo smaltimento sarebbe stato disposto dall'allora ufficiale del RIS Alberto Marino, che aveva lavorato agli accertamenti scientifici del caso Garlasco. Le verifiche effettuate successivamente all'interno del reparto avrebbero ricostruito l'ordine di eliminare gli eluiti nel 2016, dopo che la condanna definitiva di Alberto Stasi era diventata irrevocabile nel dicembre 2015.

Ed è proprio qui che nasce la domanda destinata a pesare: con quale titolo quel materiale venne eliminato?

Perché la sequenza temporale, almeno allo stato delle informazioni emerse, appare difficile da ignorare. Nel 2007 viene messa a verbale la conservazione degli eluiti a disposizione dell'autorità giudiziaria. Nel 2016 una parte di quel materiale viene smaltita. Soltanto anni dopo, nel 2021, la Corte d'Assise d'Appello affronta formalmente la questione della distruzione dei reperti ancora sotto sequestro. La difesa di Stasi si oppone chiedendo di conservarne alcuni per possibili accertamenti futuri e nel 2022 arriva il provvedimento che consente la distruzione del materiale per il quale non viene disposta la conservazione.

Il problema è evidente: quando quell'autorizzazione arriva, gli eluiti di cui oggi si discute sarebbero già scomparsi da circa sei anni.

La vicenda diventa ancora più importante alla luce della nuova inchiesta della Procura di Pavia e soprattutto della cosiddetta traccia 33, l'impronta rinvenuta sul muro della scala che conduce alla cantina della villetta di via Pascoli e tornata centrale negli accertamenti su Andrea Sempio. I magistrati stanno cercando di ricostruire anche il destino del materiale collegato a quella traccia e, al momento, uno dei punti che devono ancora essere definitivamente chiariti è proprio se tra gli eluiti distrutti nel 2016 ci fosse anche quello riconducibile all'impronta 33.

Ed è una distinzione fondamentale. Affermare oggi che sia stato certamente distrutto proprio quel campione sarebbe andare oltre quanto risulta accertato. Affermare invece che gli inquirenti stanno cercando di capire se fosse compreso nel materiale smaltito significa fotografare esattamente il nuovo fronte investigativo.

La questione non riguarda soltanto la traccia 33. Gli accertamenti investono più in generale la gestione e la conservazione del materiale biologico e scientifico prodotto durante le prime indagini, comprese lavorazioni relative ai frammenti delle unghie di Chiara Poggi. Materiale che, quasi vent'anni dopo il delitto, avrebbe potuto assumere un valore completamente diverso grazie alle nuove tecnologie di analisi e soprattutto alla riapertura dell'indagine.

La vicenda ha provocato anche una presa di posizione durissima ai vertici dell'Arma. Il comandante generale dei Carabinieri Salvatore Luongo ha assicurato piena collaborazione con la magistratura, chiarendo che qualora venissero accertate irregolarità o responsabilità individuali chi ha sbagliato dovrà risponderne.

Ed è esattamente questo il punto che adesso dovrà essere chiarito. Non basta sapere che cosa sia stato distrutto: bisognerà stabilire chi decise di farlo, sulla base di quale disposizione, attraverso quale procedura e soprattutto perché materiale che risultava destinato alla conservazione venne eliminato anni prima del provvedimento giudiziario che avrebbe autorizzato la distruzione.

Nel caso Garlasco, diciannove anni dopo l'omicidio di Chiara Poggi, continuano così a riemergere documenti, analisi e procedure delle prime indagini che oggi vengono rilette sotto una luce completamente diversa. Dopo le contestazioni sugli accertamenti scientifici, il dossier sulla valutazione psicologica di Alberto Stasi mai entrato formalmente nel processo e ora il caso degli eluiti distrutti, la domanda diventa inevitabile: quante possibilità di verificare oggi ciò che accadde nel 2007 sono state perse per sempre?