A Garlasco non riemergono soltanto reperti, analisi e verbali. Adesso riemergono anche le parole. E sono parole scritte nero su bianco che rischiano di alimentare ulteriormente gli interrogativi sul modo in cui vennero condotti alcuni accertamenti scientifici nell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi.

L’esclusiva è stata mostrata da “Ore 14” su Rai 2, che ha reso pubbliche alcune mail dell’agosto 2008 scambiate tra Luciano Garofano, all’epoca comandante del RIS di Parma, e alcuni militari impegnati negli accertamenti sul caso Garlasco. Documenti che oggi assumono un significato particolare proprio per il contenuto e per il linguaggio utilizzato nelle comunicazioni interne.

Il passaggio più delicato riguarda le impronte di scarpa rinvenute nella villetta dei Poggi e gli accertamenti sulla loro possibile compatibilità con Alberto Stasi. Il 27 agosto 2008 il capitano Aldo Mattei invia una relazione sulla quale interviene Garofano. La risposta dell’allora comandante del RIS contiene una frase destinata inevitabilmente a far discutere: “La parte relativa all’impronta di scarpa, in effetti non è stata affrontata da Avato però se il cap. Mattei si spingesse un po’ sull’unicità del disegno ed adombrasse una misura (con tutte le cautele del caso), sarebbe auspicabile”.

Ed è proprio quel “si spingesse un po’” a rappresentare oggi uno dei passaggi più controversi. Perché una cosa è chiedere un approfondimento tecnico, altra questione è comprendere se quelle parole potessero rappresentare un’indicazione sull’esito verso il quale orientare la valutazione. È questo uno degli interrogativi che inevitabilmente emergono dalla lettura dello scambio, senza che ciò consenta, da solo, di affermare che vi sia stata un’alterazione o una manipolazione delle conclusioni scientifiche.

Ma c’è un’altra mail mostrata da “Ore 14” che rischia di alimentare ancora di più la bufera. Garofano, riferendosi alle osservazioni del consulente della difesa Francesco Maria Avato, chiede una trattazione pratica ma anche teorica sulla tipologia delle macchie, accompagnata dai relativi riferimenti scientifici, “che ci consentano di ridicolizzare le sue ‘baggianate’”.

Parole durissime, soprattutto se rilette oggi. Il problema non è soltanto il tono utilizzato nei confronti di un consulente della difesa, ma la domanda che quelle parole inevitabilmente pongono: si trattava semplicemente del linguaggio informale di un confronto interno tra investigatori oppure esisteva già una contrapposizione nella quale l’obiettivo non era soltanto verificare scientificamente un’ipotesi, ma demolire quella alternativa proposta dalla difesa?

Le mail, da sole, non dimostrano che Alberto Stasi sia stato incastrato, né provano una manipolazione delle prove. Questo deve essere detto con assoluta chiarezza. Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi e quella sentenza resta, allo stato, la verità giudiziaria sul delitto.

Ma proprio perché si parla di un’indagine che ha portato alla condanna definitiva di un uomo per omicidio, ogni passaggio deve poter essere sottoposto alla verifica più rigorosa. E quando a distanza di anni emergono comunicazioni nelle quali il comandante di un reparto scientifico parla di “ridicolizzare” le argomentazioni di un consulente della difesa e auspica che un proprio ufficiale possa “spingersi un po’” sulla possibile misura di una scarpa, interrogarsi sul metodo non significa proclamare innocenti o colpevoli. Significa chiedere trasparenza.

Il punto centrale diventa allora uno solo: una conclusione scientifica deve nascere esclusivamente dai dati oppure può essere preceduta da indicazioni su quale aspetto sarebbe “auspicabile” approfondire? È questa la domanda che le mail riportate alla luce da “Ore 14” consegnano oggi alla nuova stagione investigativa di Garlasco.

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso continua così a restituire documenti che sembravano destinati a rimanere sepolti negli archivi. E più quelle carte riemergono, più diventa necessario ricostruire non soltanto cosa venne trovato nella villetta di via Pascoli, ma come quelle tracce furono analizzate, interpretate e trasformate in elementi investigativi.

Perché oggi la questione non è stabilire attraverso una mail se Alberto Stasi sia innocente o colpevole. La domanda, forse ancora più scomoda, è un’altra: quelle indagini partirono sempre dalle prove per arrivare a Stasi oppure, almeno in qualche passaggio, si partì da Stasi per cercare nelle prove una conferma?