Il caso Garlasco torna ancora una volta al centro dell’attenzione giudiziaria con una serie di elementi che riaprono interrogativi non soltanto sulla posizione di Andrea Sempio, ma anche su alcune delle prove raccolte e analizzate nel 2007. La Procura di Pavia ha notificato il 28 settembre la seconda chiusura delle indagini nei confronti dell’amico del fratello di Chiara Poggi, accusato di omicidio volontario aggravato, mentre parallelamente proseguono gli approfondimenti sulle modalità con cui furono effettuati alcuni accertamenti scientifici all’epoca del delitto.
La nuova ipotesi accusatoria sostiene che Sempio avrebbe aggredito Chiara dopo un approccio sessuale respinto, ma si tratta di una ricostruzione della Procura che dovrà essere sottoposta al vaglio giudiziario. Sempio ha sempre negato ogni responsabilità e la difesa contesta sia il valore degli elementi scientifici sia la lettura del presunto movente.
Uno dei punti centrali resta il Dna rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi, dal quale è emerso un profilo del cromosoma Y compatibile con la linea paterna di Sempio. La compatibilità, tuttavia, non equivale a un’identificazione individuale e resta da chiarire anche quando e attraverso quale dinamica quel materiale biologico sia stato depositato.
Alla componente genetica si aggiungono l’ormai nota impronta 33, una traccia palmare rilevata sulla parete della scala che conduce alla cantina, e le impronte di calzature rinvenute nella villetta. Secondo i consulenti della Procura la traccia palmare sarebbe riconducibile alla mano destra di Sempio, mentre la difesa ne contesta l’attribuzione; anche sulla compatibilità delle scarpe resta aperto il confronto tecnico.
Un altro capitolo particolarmente delicato riguarda i pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Nel 2007 un’analisi del Ris aveva individuato sui pedali un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi, ma i nuovi accertamenti hanno fatto emergere anche due test eseguiti il giorno successivo che non avevano restituito il profilo della vittima. Quei risultati negativi non sarebbero poi confluiti nel fascicolo processuale, circostanza che oggi viene nuovamente esaminata dagli investigatori.
Il punto, tuttavia, non è che sia stato dimostrato che il Dna di Chiara non fosse presente sui pedali. I nuovi consulenti ritengono infatti ancora scientificamente valido il risultato positivo ottenuto il 19 settembre 2007, mentre la questione riguarda soprattutto la discordanza con i successivi esami negativi e il fatto che questi ultimi non siano stati trasmessi alle parti.
Proprio su quelle analisi si concentra ora un altro interrogativo. Gli accertamenti stanno ricostruendo una finestra temporale di circa tre ore nella quale il campione sarebbe passato da un profilo parziale a uno attribuito alla vittima, tanto che è stata presa in considerazione anche l’ipotesi di uno scambio di campioni con materiale genetico proveniente da un cucchiaino utilizzato da Chiara. Anche in questo caso si tratta soltanto di un’ipotesi investigativa, non della prova che lo scambio sia effettivamente avvenuto.
A rendere ancora più complesso il quadro è la scoperta che nel 2016 furono smaltiti alcuni eluiti, cioè materiali liquidi derivanti dalle lavorazioni di laboratorio, collegati anche alle unghie della vittima e all’impronta 33. Il nodo da chiarire è se quei materiali dovessero essere conservati oppure se, come sostiene il Ris, fossero semplicemente prodotti intermedi non sottoposti alle stesse regole previste per i reperti sequestrati.
Sul fronte della ricostruzione dell’omicidio assume inoltre rilievo la nuova consulenza medico-legale, secondo la quale l’aggressione potrebbe essersi protratta per almeno 15-30 minuti e forse fino a un’ora. Un intervallo più ampio rispetto a quello considerato nelle precedenti ricostruzioni, che potrebbe incidere anche sulla valutazione della posizione di Stasi, pur senza cancellare in alcun modo la condanna definitiva pronunciata nei suoi confronti.
Ed è proprio questo il punto più delicato dell’intera vicenda: l’indagine su Sempio e l’eventuale revisione della condanna di Stasi restano due percorsi distinti. L’apertura di una nuova accusa non dimostra automaticamente l’innocenza di chi è stato condannato, così come le anomalie o le contraddizioni emerse negli accertamenti del 2007 non equivalgono da sole alla prova di un errore giudiziario.
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco continua così a ruotare intorno a una domanda che va oltre i singoli nomi coinvolti: quanto possono pesare, oggi, le lacune e le incongruenze emerse nelle vecchie indagini e quale valore potranno assumere in un eventuale nuovo processo? Saranno il contraddittorio tra le parti e le successive decisioni giudiziarie a stabilire se questi elementi rappresentino davvero una svolta oppure soltanto un nuovo capitolo di una vicenda che, ancora una volta, sembra lontana dalla conclusione.