A Garlasco ormai non c’è più soltanto un delitto da risolvere. C’è un intero sistema che deve spiegare se stesso.

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi emergono controanalisi negative sul DNA della vittima sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, risultati che non avrebbero avuto allora il peso che oggi gli stessi investigatori sembrano attribuire loro. Si riaprono fascicoli, si rileggono verbali, si ascoltano uomini che nel 2007 occupavano ruoli decisivi.

E davanti ai magistrati arrivano anche i “non ricordo”.

L’ex comandante del Ris Luciano Garofano dice di non avere memoria precisa di diversi passaggi di quei giorni. È perfettamente comprensibile che, dopo quasi vent’anni, la memoria possa tradire. Molto meno comprensibile, agli occhi dell’opinione pubblica, è il cortocircuito che si crea quando quelle incertezze vengono affiancate alla sicurezza con cui, davanti alle telecamere, vengono difese le indagini di allora e respinte le contestazioni di oggi. Il problema, però, non è Garofano, o almeno non è soltanto Garofano.

Il problema è capire come sia stato possibile che risultati scientifici discordanti siano rimasti per quasi vent’anni ai margini di una vicenda giudiziaria che ha prodotto una condanna definitiva a sedici anni di carcere.

E soprattutto bisogna capire se si sia trattato di errori, superficialità, valutazioni tecniche sbagliate oppure di qualcosa di più grave. Questo dovranno stabilirlo i magistrati. Non i talk show e nemmeno i giornali.

Lo stesso vale per le pesantissime ombre che oggi investono alcuni protagonisti delle precedenti indagini. Se qualcuno ha nascosto una prova, dovrà essere dimostrato. Se qualcuno ha inquinato un accertamento, dovrà essere dimostrato. Se qualcuno ha favorito qualcuno, dovrà essere dimostrato. Ma è già devastante che, diciannove anni dopo, queste domande possano essere poste seriamente.

Nel frattempo le parti combattono la loro guerra. I difensori di Andrea Sempio contestano gli elementi dell'accusa e difendono il loro assistito. Quelli di Alberto Stasi scavano dentro ogni vecchio reperto e ogni documento alla ricerca di ciò che possa mettere in discussione una condanna definitiva.

Ed è proprio qui che Garlasco smette di essere soltanto Garlasco.

Perché Alberto Stasi può essere colpevole oppure un giorno quella condanna potrà essere rimessa in discussione. Andrea Sempio può essere estraneo ai fatti oppure potrà essere chiamato a risponderne davanti a un giudice. Saranno i processi, non la televisione, a stabilirlo.

Ma una cosa dovrebbe essere già chiarissima: una prova non può cambiare valore a seconda dell’anno in cui qualcuno decide di guardarla.

Se un'analisi era importante nel 2026, doveva esserlo anche nel 2007. Se un risultato era negativo, doveva essere conosciuto insieme a quello positivo. Perché la scienza forense non dovrebbe cercare un colpevole: dovrebbe cercare un fatto.

Ed è questo il vero disastro che il caso Garlasco rischia di lasciare dietro di sé. Non soltanto il dubbio su chi abbia ucciso Chiara Poggi, ma il dubbio che un cittadino possa entrare dentro un'indagine giudiziaria e non avere la certezza che ogni prova favorevole o contraria venga trattata con lo stesso rigore.

Quando accade questo, a perdere non è Stasi, non è Sempio, non è un ex generale dei Ris, un avvocato o un magistrato ma Perde lo Stato.

Perché la giustizia può anche sbagliare. È fatta da uomini e gli uomini sbagliano. Quello che non può permettersi è di nascondere i propri errori, se errori ci sono stati. Garlasco oggi chiede soprattutto questo. Non un altro colpevole da consegnare velocemente all'opinione pubblica.

Chiede di sapere finalmente che cosa è successo. Anche dentro le stanze di chi avrebbe dovuto scoprirlo. E alla fine resta una domanda. Forse la più terribile di tutte. Quanti Alberto Stasi ci sono nelle carceri italiane?

Quante persone condannate continuano a proclamarsi innocenti mentre una prova dimenticata giace in un fascicolo, un accertamento è stato interpretato male, una pista è stata abbandonata troppo presto o qualcuno, semplicemente, ha deciso di non guardare nella direzione giusta?

Non sappiamo ancora se Alberto Stasi sia uno di loro. La sua condanna è definitiva e soltanto la giustizia potrà eventualmente riscrivere quella sentenza. Ma proprio quello che sta emergendo oggi a Garlasco obbliga a porsi una domanda che va ben oltre il destino di un singolo uomo.

Perché se anche soltanto una persona innocente può trascorrere anni dietro le sbarre per un errore investigativo, una prova sottovalutata o un accertamento scientifico sbagliato, il problema non riguarda più soltanto quella persona. Riguarda tutti noi.

E se invece l'errore non fosse stato soltanto un errore? Se qualcuno avesse consapevolmente taciuto, nascosto o ignorato qualcosa capace di cambiare il destino di un imputato, allora saremmo davanti a qualcosa di infinitamente più grave.

Perché un errore giudiziario può distruggere una vita. Un errore conosciuto e lasciato vivere può distruggere la fiducia nella giustizia.

Ed è per questo che Garlasco oggi non deve dirci soltanto chi ha ucciso Chiara Poggi.

Deve dirci anche quanti altri casi come Garlasco potrebbero esistere senza che nessuno, ancora, abbia avuto la fortuna di riaprire quel cassetto.