La chiusura delle nuove indagini della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco apre un fronte che rischia di diventare esplosivo. E questa volta al centro non c’è soltanto Andrea Sempio, nuovamente destinatario dell’avviso di conclusione delle indagini per l’omicidio di Chiara Poggi, ma Alberto Stasi e soprattutto ciò che accadde nelle prime settimane dell’inchiesta del 2007.
A scuotere uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni sono i dati grezzi, i cosiddetti “raw data”, relativi agli accertamenti genetici effettuati sui pedali della bicicletta Umberto Dei sequestrata a Stasi. Dati dai quali è emerso un particolare destinato inevitabilmente a riaprire interrogativi pesantissimi sul percorso investigativo che portò prima al fermo dell’allora fidanzato di Chiara e, molti anni dopo, alla sua condanna definitiva a 16 anni di reclusione.
Il 19 settembre 2007 dal campione denominato “bu_p”, ricavato dai pedali, venne ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi “oltre ogni ragionevole dubbio”. Quell’elemento assunse immediatamente un peso enorme nelle indagini. Ma oggi sappiamo che il giorno successivo, il 20 settembre, sullo stesso campione furono effettuate altre due corse elettroforetiche. Ed entrambe diedero risultato totalmente negativo.
Il passaggio più delicato è un altro: secondo quanto reso noto dalla stessa Procura di Pavia, di quelle due controanalisi e dei relativi tracciati negativi non è stata rinvenuta traccia negli atti del procedimento e del processo celebrato nei confronti di Alberto Stasi.
Non si tratta soltanto di una tesi avanzata dai suoi avvocati. I consulenti incaricati dalla Procura di Pavia, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno confermato l’esistenza delle due corse elettroforetiche negative del 20 settembre 2007 e, proprio alla luce della discordanza con il risultato del giorno precedente, hanno evidenziato come all’epoca sarebbe stato opportuno procedere a ulteriori approfondimenti. Approfondimenti che, secondo quanto ricostruito dalle nuove indagini, non risultano effettuati.
Ed è su questo punto che la difesa di Stasi alza ora duramente il tiro.
Gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis chiedono che vengano accertate “tutte le responsabilità”, sostenendo che quanto accaduto al loro assistito non debba mai più ripetersi. Secondo i difensori, quelle controanalisi negative non sarebbero state depositate nel fascicolo delle indagini, né trasmesse alle parti e avrebbero potuto modificare radicalmente la valutazione di uno degli elementi che indirizzarono l'inchiesta contro Stasi.
La questione diventa ancora più pesante se si guarda alle date. Il 20 settembre vengono effettuate le due controanalisi negative. Quattro giorni dopo, il 24 settembre 2007, Stasi viene fermato. Tra gli elementi utilizzati in quella fase c’era proprio il DNA attribuito a Chiara sui pedali della bicicletta.
Per la difesa, proprio quel dato avrebbe contribuito a costruire una parte rilevante dell’impianto accusatorio sviluppatosi negli anni successivi, fino alle discussioni sul presunto scambio o sulla sostituzione dei pedali e sulle biciclette entrate nella ricostruzione processuale.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: che cosa sarebbe accaduto se quelle due controanalisi negative fossero state conosciute e valutate già nel 2007?
Dire oggi che Alberto Stasi non sarebbe mai arrivato a processo significherebbe anticipare una conclusione che nessun giudice ha ancora pronunciato. Ma il dato emerso è sufficientemente rilevante da aprire un interrogativo ancora più profondo: il procedimento contro Stasi avrebbe seguito lo stesso percorso se investigatori, magistrati, consulenti e difesa avessero avuto davanti anche quei due risultati negativi?
È precisamente su questo terreno che si muove oggi Antonio De Rensis. Il legale di Stasi, intervenuto nelle trasmissioni televisive dopo la chiusura delle indagini, ha manifestato amarezza e indignazione per quanto emerso e chiede che venga ricostruito fino in fondo ciò che accadde agli accertamenti genetici sui pedali.
Una posizione durissima che assume ancora maggiore peso alla luce delle parole della Procura di Pavia e che nel video allegato all’articolo De Rensis ricostruisce direttamente.
Dall’altra parte Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma, respinge qualsiasi ipotesi di irregolarità e ha dichiarato di credere nell’onestà dei propri collaboratori, ricordando che le analisi vennero effettuate alla presenza dei consulenti di parte. Una ricostruzione che si contrappone nettamente alle contestazioni avanzate oggi dalla difesa di Stasi.
Il punto giudiziario, dunque, resta aperto. La Procura di Pavia ha precisato di non avere presentato alcuna richiesta finalizzata a una proposta di revisione della condanna di Alberto Stasi. Ma il materiale emerso dalla nuova inchiesta entra inevitabilmente nel dibattito sul giudicato e sulle eventuali future iniziative della difesa.
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, Garlasco torna così davanti a una domanda che sembrava ormai consegnata definitivamente alle sentenze: tutto ciò che poteva essere conosciuto e valutato nel processo ad Alberto Stasi fu davvero messo a disposizione della giustizia?
Le due controanalisi negative sui pedali dicono che quella domanda, oggi, non può più essere liquidata come una semplice ipotesi difensiva.