Giuseppe Graviano torna a parlare dei presunti rapporti tra la sua famiglia e Silvio Berlusconi e lo fa davanti ai giudici di Firenze, rilanciando una ricostruzione destinata a riaccendere interrogativi su una vicenda che affonda le radici alla fine degli anni Sessanta.

Il boss di Cosa Nostra, detenuto da oltre trent'anni e condannato per alcuni dei più gravi delitti della stagione stragista mafiosa, ha deposto in videocollegamento dal carcere di Cagliari come testimone nel processo a Salvatore Baiardo. Davanti ai pubblici ministeri Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri, Graviano ha sostenuto che suo nonno materno, Filippo Quartararo, avrebbe costituito tra il 1969 e il 1970 una società con Silvio Berlusconi per investimenti nel settore edilizio.

Secondo il racconto del boss, Quartararo avrebbe messo personalmente tra i 4 e i 5 miliardi di lire, mentre l'investimento complessivo sarebbe arrivato a circa 20 miliardi. A fronte di quelle somme, sempre secondo Graviano, al nonno sarebbe spettato il 20% delle operazioni realizzate.

Graviano ha spiegato di essere venuto a conoscenza della vicenda soltanto dopo l'uccisione del padre Michele, avvenuta il 7 gennaio 1982. Sarebbe stato proprio il nonno Quartararo a raccontargli degli investimenti e, tra il 1982 e il 1983, a presentargli personalmente Berlusconi.

Il boss ha ricordato un incontro avvenuto a Milano, in un albergo, al quale avrebbero partecipato lo stesso Berlusconi, Filippo Quartararo, Giuseppe Graviano e il cugino Salvatore. Ma il passaggio più delicato della deposizione riguarda l'esistenza di quella che Graviano definisce una scrittura privata, un documento che, secondo la sua versione, avrebbe regolato i rapporti economici tra il nonno, altri imprenditori palermitani e Berlusconi.

Non è la prima volta che Graviano porta in un'aula di giustizia questa ricostruzione. Già nel 2020, durante il processo 'Ndrangheta stragista a Reggio Calabria, aveva parlato di investimenti effettuati dalla sua famiglia nell'edilizia del Nord e di incontri personali con Berlusconi. In quella circostanza il legale dell'ex presidente del Consiglio, Niccolò Ghedini, aveva respinto integralmente le dichiarazioni del boss, definendole prive di fondamento.

Nella deposizione di Firenze Graviano è tornato anche sul dicembre 1993. Secondo il suo racconto, mentre era ancora latitante avrebbe incontrato nuovamente Berlusconi a Milano per cercare di "sistemare tutto", cioè definire la questione relativa ai presunti rapporti economici e societari. Poche settimane dopo, nel gennaio 1994, Graviano venne arrestato.

Le dichiarazioni arrivano nel processo a Salvatore Baiardo, accusato, tra l'altro, di calunnia aggravata in relazione alle dichiarazioni riguardanti il giornalista Massimo Giletti e Giancarlo Ricca. Al centro di una parte della vicenda c'è anche la presunta fotografia che Baiardo avrebbe mostrato a Giletti e nella quale, secondo la testimonianza resa dal giornalista, sarebbero comparsi un giovane Silvio Berlusconi, l'ex generale Francesco Delfino e un giovane indicato da Baiardo come Giuseppe Graviano. Baiardo avrebbe successivamente negato di aver mostrato quella fotografia.

Baiardo deve inoltre rispondere di favoreggiamento personale aggravato dall'agevolazione mafiosa. Secondo l'impostazione accusatoria, alcune sue dichiarazioni agli investigatori avrebbero ostacolato o indebolito gli accertamenti sui rapporti tra i fratelli Graviano, Berlusconi, Marcello Dell'Utri e Cosa Nostra.

Quello pronunciato oggi da Graviano resta dunque un racconto testimoniale che dovrà essere valutato nel processo e confrontato con eventuali riscontri documentali. Ma il riferimento a miliardi di lire, a una quota del 20%, agli incontri personali con Berlusconi e soprattutto alla presunta scrittura privata riporta in primo piano una storia che il boss sostiene da anni e sulla quale la magistratura torna ora ad ascoltarlo.

Parole destinate inevitabilmente a fare rumore, soprattutto perché chiamano ancora una volta in causa Silvio Berlusconi. Ma proprio la gravità delle affermazioni impone di distinguere il racconto dalle prove. Graviano sostiene che esistessero investimenti milionari, rapporti diretti e persino una scrittura privata: elementi che, se documentati, avrebbero un peso evidente. Fino a quel momento, però, restano dichiarazioni di un boss mafioso già avanzate, almeno in parte, negli anni scorsi e respinte dalla difesa di Berlusconi. La domanda, quindi, non è quanto siano clamorose le parole pronunciate oggi, ma quali riscontri concreti esistano per sostenerle.