C’è qualcosa di singolare nelle cerimonie di commiato dei banchieri: a un certo punto tutti ricordano le virtù del protagonista e nessuno trova più il calendario.

L’assemblea del Monte di oggi si presta a essere letta come una laudatio funebris della stagione di Luigi Lovaglio. Naturalmente in senso politico e manageriale: il banchiere è vivo, combattivo e rivendica ancora una strada da percorrere. Ma la bocciatura della fusione con Mediobanca segna una sconfitta che gli elogi al risanatore non possono cancellare.

Nelle commemorazioni si espongono le medaglie. Nelle assemblee bisognerebbe esporre anche le occasioni perdute.

A Lovaglio va riconosciuto il lavoro compiuto sul Monte. Sarebbe ingeneroso negarlo per rendere più facile la critica. Ma proprio quel riconoscimento obbliga a una domanda più severa: una volta rimessa in moto la macchina, dove intendeva portarla?

Perché risanare una banca e darle un destino sono due mestieri diversi. Il primo richiede disciplina, controllo, capacità di esecuzione. Il secondo richiede visione, alleanze e soprattutto il senso del tempo. Si può essere un ottimo comandante di macchina e accorgersi troppo tardi che qualcun altro ha scelto la rotta.

La mia lettura è questa: Lovaglio ha consumato il tempo nel quale il terzo polo avrebbe dovuto diventare un progetto credibile, per innalzarne infine le insegne quando servivano a difendere il castello.

La bandiera era giusta. Era il momento dell’alzabandiera a essere sbagliato.

Il piano sottoposto ai soci, con le offerte su Banco BPM e Banca Generali, aveva ormai un’esplicita funzione di contrasto all’operazione di Intesa Sanpaolo. Una costruzione industriale chiamata anche a funzionare da sbarramento.

Ed è qui che si apre il problema politico.

Un terzo polo bancario dovrebbe nascere per dare al Paese una possibilità in più: concorrenza nel credito, pluralità dei centri decisionali, capacità di accompagnare imprese e territori. Dovrebbe spiegare quali clienti vuole servire meglio, quali investimenti intende sostenere, quale spazio economico vuole occupare.

Quando viene presentato sotto assedio, invece, ogni ragione industriale deve superare un sospetto: quanto di questo progetto sarebbe esistito se il suo promotore non avesse avuto bisogno di difendersi?

È una domanda legittima. E gli applausi non costituiscono una risposta.

L’autonomia di una banca vale se produce qualcosa per chi vi deposita i risparmi, per chi vi lavora, per chi chiede credito. Se vuole diventare una causa collettiva, deve avere contenuti collettivi. La difesa di Siena può parlare all’Italia; deve però spiegare quale Italia intende finanziare.

Altrimenti il territorio rischia di essere convocato come una comparsa: chiamato a presidiare le mura quando la battaglia è già cominciata, dopo essere rimasto fuori dalla stanza nella quale si decidevano le alleanze.

Il tempo, nel risiko bancario, è capitale. Quando lo si lascia scadere, si restringono le alternative. E quando le alternative si restringono, anche un progetto ambizioso può assumere la forma di una sortita disperata.

Lovaglio può rivendicare i risultati ottenuti. Chi lo celebra dovrebbe però spiegare anche questo passaggio: come si è arrivati a chiedere ai soci di scegliere il terzo polo dentro una partita ormai impostata come resistenza a un’offerta concorrente?

Dire che il mercato ha deciso serve a descrivere l’esito. Per capire le responsabilità bisogna domandarsi chi abbia preparato le scelte, chi abbia atteso e chi abbia occupato gli spazi lasciati liberi.

Vale anche per la politica.

Per anni il terzo polo è stato evocato come si evoca una strada da costruire: utile, strategica, necessaria. Poi, quando arrivavano le ruspe degli altri, si cercava in fretta il progetto nel cassetto.

Un governo che ritenga importante il pluralismo bancario dovrebbe dirne le ragioni prima delle offerte e delle assemblee decisive. Dovrebbe indicare gli obiettivi pubblici — concorrenza, accesso al credito, tutela del risparmio, presenza nei territori — e rendere coerenti con essi le proprie scelte. Anche quelle compiute come azionista.

Le banche, intanto, dovrebbero conquistare l’indipendenza attraverso la qualità del progetto e il consenso costruito per realizzarlo. L’indipendenza ha bisogno di azionisti convinti, di alleanze solide, di una convenienza riconoscibile. Non basta proclamarla quando sta per essere messa in discussione.

Questo è il punto che una laudatio rischia di seppellire sotto i fiori.

Il risanamento resta un merito. La mancata costruzione tempestiva di un’alternativa resta una questione aperta. Le due cose possono stare nella stessa biografia, anche se nelle cerimonie si preferisce leggerne una sola pagina.

Oggi, dunque, si rendano pure gli onori al risanatore. Ma si lasci sul tavolo il calendario.

Perché il terzo polo meritava di essere una casa da costruire mentre c’era spazio per sceglierne le fondamenta.

È arrivato come una bandiera sulle mura.

E una bandiera, per quanto nobile, non restituisce il tempo perduto.

Per Banco BPM avrebbe dovuto scegliere i tempi di Castagna. Ha aspettato quelli delle castagne, quando serviva ormai qualcuno che gliele togliesse dal fuoco.