Quattordici agenti feriti, una città teatro di violenti scontri, decine di arresti e centinaia di persone accompagnate in questura. Eppure, leggendo l'ultimo intervento di Ilaria Salis sui social, sembra quasi che il problema principale di quanto accaduto a Milano siano le condizioni delle persone fermate dalla polizia. Non una parola esplicita per gli uomini e le donne in divisa rimasti feriti. Non una condanna netta delle aggressioni. In compenso, l'ennesimo attacco politico alla destra, accusata di autoritarismo, classismo e razzismo.
Il bilancio degli scontri del 18 ottobre parla di 14 operatori delle forze dell'ordine feriti, 271 persone accompagnate in questura, tra cui 220 minorenni, 32 arresti e 28 denunce. Numeri pesanti, davanti ai quali ci si aspetterebbe da un rappresentante delle istituzioni europee una presa di posizione chiara contro ogni forma di violenza. Invece Salis sceglie di concentrare il proprio intervento sulle garanzie delle persone fermate, manifestando particolare preoccupazione per i minorenni con background migratorio.
Naturalmente i diritti fondamentali devono essere garantiti a tutti, anche a chi è accusato di aver commesso un reato. Nessuno lo mette in discussione. Ma trasformare questo principio in un intervento politico che ignora completamente gli agenti feriti significa offrire una rappresentazione profondamente parziale di quanto accaduto. Perché dietro quelle divise ci sono persone, famiglie e lavoratori che non possono diventare invisibili soltanto perché rappresentano lo Stato.
Salis arriva a denunciare una destra "autoritaria", animata da uno spirito di vendetta intriso di "classismo e razzismo", per poi proclamare: "Viviamo in uno Stato di diritto, non in uno Stato di polizia". Un'accusa politica durissima, pronunciata senza indicare nel post specifici episodi accertati di abuso da parte degli agenti impegnati a Milano. Il sospetto che le garanzie costituzionali vengano utilizzate come un'arma di polemica politica, anziché come un principio da difendere senza distinzioni, è difficile da evitare.
C'è poi un particolare che non passa inosservato. Il post pubblicato da Ilaria Salis su Facebook presenta la dicitura "Contenuti IA", l'etichetta con cui la piattaforma segnala contenuti associati all'intelligenza artificiale. Un elemento che solleva un interrogativo: il lungo intervento dell'eurodeputata è stato scritto personalmente oppure elaborato, almeno in parte, con l'ausilio di strumenti di IA?
L'eurodeputata annuncia inoltre di volersi mettere in contatto, da Strasburgo, con le autorità competenti e ringrazia il gruppo di legali che offre assistenza alle persone coinvolte. Tutto legittimo. Ma possibile che non abbia trovato lo spazio, in un intervento così articolato, per rivolgere anche soltanto un pensiero ai 14 agenti feriti? Possibile che la preoccupazione per i diritti dei fermati non possa convivere con una condanna inequivocabile delle aggressioni?
La questione non è chiedere a Salis di rinunciare alle proprie convinzioni politiche. È pretendere che chi siede nel Parlamento europeo sappia distinguere la protesta democratica dalla violenza e riconoscere la dignità di tutte le persone coinvolte, comprese quelle che indossano una divisa.
Manifestare non significa avere una licenza di aggredire. Contestare il governo non autorizza a devastare. E denunciare il rischio di uno "Stato di polizia" senza dedicare una sola parola agli agenti feriti non rappresenta certo un esempio di equilibrio istituzionale.
Il silenzio di Salis sulle forze dell'ordine non dimostra che approvi la violenza, ma rivela una scelta comunicativa e politica precisa, che merita una critica severa. Perché i diritti non possono essere difesi a corrente alternata e la solidarietà non dovrebbe dipendere dalla parte della barricata sulla quale ci si trova.
Quattordici agenti feriti meritavano almeno una parola. Nel lungo post di Ilaria Salis, quella parola non c'è. E questa assenza, politicamente, pesa più di tutte le accuse rivolte alla destra.
