L’intelligenza delle mani, del saper fare come solo noi sappiamo fare è così che Mirko Tondi definisce l’artigiano italiano.
La moda, per Mirko Tondi, non è soltanto un settore produttivo, né un sistema economico da rappresentare nel mondo. È innanzitutto una storia personale, fatta di mani, tessuti, sartorie e ricordi d’infanzia. Una familiarità nata in Puglia, nella sartoria della madre, nella tradizione della nonna e nell’antico mestiere del bisnonno calzolaio. È da questa esperienza che prende forma una visione della moda italiana come patrimonio vivo, capace di unire creatività, artigianato, territorio e innovazione. Oggi, nel suo ruolo di Inviato Speciale per il Sistema Moda Italiano, Tondi è chiamato a raccontare e promuovere all’estero un’eccellenza che va ben oltre i grandi marchi: una filiera fatta di competenze, cultura e lavoro. Una filiera che deve confrontarsi con sfide nuove, dalla concorrenza globale all’intelligenza artificiale, dalla contraffazione alla carenza di manodopera specializzata. Senza dimenticare, però, ciò che rende unico il Made in Italy: quella vocazione che rende unici gli italiani e che trasforma un prodotto in qualcosa capace di raccontare un Paese. Per Tondi, difendere e promuovere la moda italiana significa dunque guardare al futuro senza perdere il valore delle proprie radici.
Bill Gates, parlando di Giorgio Armani, ha sottolineato il valore straordinario della sua capacità imprenditoriale e creativa; Steve Jobs, invece, nella presentazione del primo iPhone del 2007, guardava a Leonardo da Vinci come all'esempio perfetto di un uomo capace di tenere insieme arte, scienza, tecnologia e intuizione. Due giganti della tecnologia che, in modi diversi, hanno riconosciuto qualcosa di profondamente italiano: la capacità di far dialogare ingegno, bellezza e invenzione. Secondo lei, è proprio questa la peculiarità che rende ancora oggi la moda italiana diversa dalla semplice industria dell'abbigliamento? E in un mondo dominato dall'intelligenza artificiale e dalla tecnologia, quanto vale ancora quella forma di intelligenza manuale, estetica e creativa che l'Italia ha saputo trasformare in un patrimonio riconoscibile in tutto il mondo?
Chi acquista un abito italiano, non compra solo un prodotto di consumo, ne acquista la qualità, lo stile, la cultura. Oggi più che mai, con l’enorme concorrenza della moda “usa e getta”, nell’età della massificazione dei prodotti, i capi fatti in Italia, da italiani, rappresentano un vero e proprio status symbol, sinonimo di eccellenza e qualità. La moda italiana è caratterizzata oltre che dalla sapienza delle mani dei nostri artigiani, da una forte connotazione territoriale. La sartoria napoletana racconta il sole, l’eccentricità di un popolo, la leggerezza dei tessuti, la caratteristica manifattura, la moda milanese ha una proiezione continentale, storicamente più attenta al rigore, lì si è sviluppata l’alta moda italiana, così come quella romana e fiorentina hanno caratteristiche ancora diverse, in altre regioni sono specializzati in particolari settori del comparto. Questa tradizione continua, si rinnova, cresce e si adatta ai tempi. La moda italiana non produce solamente prodotto, racconta la storia e l’identità del nostro Paese. Tutto questo ha contribuito a realizzare l’immaginario dei grandi stilisti italiani e del vestire e del vivere italiano.
Esiste, dunque, una relazione molto particolare tra il designer, la mano dell'artigiano e il territorio. Questa relazione è difficile da replicare perché è un sapere sedimentato nel tempo.
Oggi, però, l’avvento dell’intelligenza artificiale, non ci deve spaventare. L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire la qualità di un manufatto prodotto in sartoria, potrà però essere un ausilio, può accelerare la ricerca, l’analisi dei dati, aiutare a sviluppare nuovi materiali, ottimizzare i processi produttivi e ampliare la domanda, individuando anche nuovi mercati.
Ed è proprio questa la sfida che ci attende: portare l'intelligenza artificiale dentro le nostre filiere senza perdere la qualità, la cultura del progetto e quella sensibilità estetica che non è solo un vezzo, ma una parte della nostra competitività.
Quello che dobbiamo raccontare è proprio questo, comprare Made in Italy significa acquistare un prodotto sostenibile, in ambito ambientale ma anche etico, significa acquistare la bellezza, la qualità, l’innovazione e il lavoro delle italiane e degli italiani. Artigiani qualificati, con una solida cultura e una solida esperienza. Un patrimonio del passato sempre pronto ad accogliere le sfide del futuro.
La moda vive da sempre di contaminazioni, citazioni e reinterpretazioni, ma oggi un'idea può essere copiata, riprodotta e commercializzata in tempi rapidissimi in qualsiasi parte del mondo. Dove finisce dunque l'ispirazione e dove comincia la contraffazione? E soprattutto: chi inventa una forma, un oggetto, un materiale o una soluzione originale dispone oggi di strumenti sufficientemente efficaci per difendere la propria creatività? Non sarebbe necessario immaginare una tutela della proprietà intellettuale più adatta alla moda, capace di proteggere l'idea e non soltanto il marchio o il brevetto?
Lo scorso anno il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, ha promosso le “Giornate della Moda italiana nel mondo”, che è culminato con la firma di un importante protocollo d’intesa tra il MAECI e le principali associazioni di categoria. Un accordo che, tra i tanti temi, si pone l’obiettivo di rafforzare la lotta alla contraffazione. Un fenomeno che danneggia gravemente l’economia del nostro Paese e alimenta un mercato nero basato sullo sfruttamento della manodopera e sull’evasione.

Il protocollo prevede una serie di azioni concrete per contrastare la contraffazione, tra cui: campagne di sensibilizzazione per i consumatori, percorsi formativi per gli operatori del settore, per fornire strumenti utili al riconoscimento dei falsi e il rafforzamento della cooperazione tra le forze dell’ordine e le autorità doganali dei diversi Paesi per contrastare il traffico di prodotti contraffatti.
Anche l’Europa si sta muovendo per tutelare la proprietà intellettuale in ambito moda. Ad esempio, allargando i settori che possono usufruire dei marchi di qualità “IGP”, che fino a poco tempo fa erano esclusiva dei prodotti agricoli, e attraverso il progetto CIRPASS 2 che sta portando il Digital Product Passport a diventare realtà anche nel settore del tessile. Il progetto è stato avviato a maggio 2024 ed è destinato a concludersi ad aprile 2027. In sostanza, è una “carta d’identità digitale” che accompagna i prodotti europei attraverso un supporto dati, come un QR code, in cui sono memorizzati i dati relativi all’origine del prodotto, ai suoi materiali e processi di fabbricazione, al suo utilizzo e alla sua manutenzione, fino ad arrivare alle modalità di gestione del suo fine vita.
Poi ci sono le tutele introdotte da questo governo sull’utilizzo dei termini “Made in Italy”, “100% Made in Italy” e “artigianale”. Siamo sicuramente all’inizio del percorso, si può e si deve fare ancora tanto per tutelare e promuovere al massimo il sistema moda italiano.
Ma la contraffazione o le imitazioni non potranno mai e poi mai sostituire il piacere di acquistare un prodotto veramente italiano, magari artigianale. Al tatto, agli occhi, una seta, un disegno, un tessuto italiano non saranno mai replicabili. Quello che consiglio sempre, e a cui vorrei dare risalto e rilevanza, però, è il valore dell’esperienza. Vorrei suggerire a chi viene in Italia di andare in una sartoria, provare il piacere di farsi prendere le misure, di immaginare il proprio capo, con tutti i dettagli che possono rendere unico quell’abito. Ecco, ciò che verrà fuori da quell’esperienza sarà un capo veramente unico, impossibile da replicare.
Quando parliamo di eccellenza italiana nel mondo, non possiamo fermarci alle grandi maison. Pensiamo a Milena Canonero, una delle più grandi costumiste della storia del cinema: quattro Oscar per Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Momenti di gloria di Hugh Hudson, Marie Antoinette di Sofia Coppola e The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson; tre BAFTA, un David di Donatello, tre Nastri d'Argento e, nel 2017, l'Orso d'oro alla carriera della Berlinale. Ha lavorato con Kubrick, Coppola, Pollack, Beatty, Polanski e Wes Anderson, trasformando il costume in uno strumento narrativo e non semplicemente decorativo. Quanto pesa oggi nel mondo l'autorevolezza dei costumisti italiani? E soprattutto, siamo consapevoli che anche attraverso il cinema — attraverso un abito, un tessuto, un colore, una silhouette — l'Italia continua a esportare cultura, gusto e immaginario?
A proposito del rapporto cinema e moda italiana, mi viene in mente una particolare scena del film “Taxi Driver” con un favoloso Robert De Niro che interpreta Travis Bickle, durante una conversazione notturna si sente dire: “È molto ben vestito. Completo italiano”. A dimostrazione di quanto il cinema sia stato un elemento fondamentale alla realizzazione dell’immaginario del “Made in Italy”. Primo su tutti il film “La Dolce Vita”, e andando per ordine sparso, mi vengono in mente i meravigliosi completi di Armani di Richard Gere in “American Gigolo”, Milena Canonero, che lei ha citato, ma la lista sarebbe veramente lunghissima.
A tal proposito la Farnesina, attraverso la Direzione Generale per la Crescita e la Promozione delle Esportazioni, proprio quest’anno ha avviato un progetto dal nome “Costumitaly”, un documentario di quattro puntate che racconta il mestiere del costumista, attraverso le storie dei grandi costumisti italiani del passato, i professionisti italiani attualmente in attività e le grandi sartorie che lavorano per il settore dell’audiovisivo e del teatro. Questo documentario ha proprio l’obiettivo di far conoscere e promuovere una professione nella quale noi italiani siamo depositari di un’eccellenza mondiale. Promuovere questo progetto e darne rilevanza sarà uno degli obiettivi del mio mandato.

Veniamo a una contraddizione forse inevitabile. Alcuni dei più grandi marchi italiani della moda hanno una parte importante della propria produzione all'estero, mentre continuano a rappresentare nel mondo il valore del Made in Italy. Possiamo ancora definire "italiano" un prodotto quando la creatività, il design, il marchio e la direzione sono italiani, ma una parte della manifattura viene realizzata fuori dai nostri confini, nonostante alcuni brand esteri scelgano invece produttori italiani per le loro filiere? E soprattutto: lei, nel suo nuovo ruolo di Inviato Speciale per il Sistema Moda Italiano, quale soluzione immagina? Riportare la produzione in Italia attraverso incentivi e investimenti? Rendere più rigorosa la certificazione dell'origine? Oppure dobbiamo avere il coraggio di ridefinire il concetto stesso di Made in Italy, distinguendo tra origine del prodotto, origine della creatività e appartenenza alla filiera italiana?
Nel mondo globalizzato, nel mondo di oggi, immaginare di limitare il concetto del Made in Italy a tutto ciò che viene prodotto interamente, dall’inizio alla fine, in Italia, significherebbe mistificarne il concetto. Un capo con tessuto inglese, ispirato, ideato e realizzato in Italia è un pezzo di Made in Italy a mio parere, probabilmente lo è meno un capo con tessuto italiano ma prodotto in un altro Paese. Ecco, il Made in Italy risiede principalmente nella qualità della sua produzione. Nel primo caso, è un capo Made in Italy con tessuto inglese, nel secondo, il capo non è italiano, ma il tessuto certamente è Made in Italy.
A questo poi si aggiunge un tema importante, al quale tengo molto e per il quale mi auguro che le sirene populiste non arrivino mai a intaccarne la giusta analisi. In Italia, nel settore della moda, abbiamo un serio problema di manodopera. Mancano sempre più artigiani e le sartorie, le fabbriche, quando si chiude un ciclo generazionale chiudono, e questo processo andrà a crescere sempre più. Sarebbe importante a mio avviso trovare soluzioni alternative, formando manodopera estera che possa sopperire a questa mancanza, per la tutela della nostra manifattura, senza però assolutamente derogare agli alti standard di qualità a cui siamo abituati. Poi è necessario sensibilizzare ad una nuova cultura del lavoro, spiegando ai giovani l’opportunità del lavoro manuale e di fare impresa in questo particolare settore. Serve chiaramente abbassare la tassazione per i giovani artigiani, strumenti sempre più efficaci per la tracciabilità del prodotto e rendere sostenibile il mercato del lavoro interno per agevolare nuovi investimenti.
Se dovesse raccontare la forza del sistema moda italiano attraverso una classifica di cinque elementi, quali sceglierebbe? Quanto valgono oggi l'export, il fatturato, l'occupazione, il contributo al PIL e il peso della filiera italiana sui mercati internazionali? E quali sono invece i numeri che dovrebbero preoccuparci di più, quelli che raccontano le fragilità del nostro sistema?
Artigianato, filiera unica integrata, territorialità, sostenibilità, lusso. Sono questo a mio avviso i cinque pilastri del sistema moda italiano. L’Artigianato, che è l’intelligenza delle mani, del saper fare come solo noi sappiamo fare, la filiera, dalla filatura della materia prima al prodotto finito sulla passerella sino alla gestione del fine vita, la particolare vocazione territoriale del nostro settore, che ci rende unici nel panorama mondiale, la sostenibilità ambientale ed etica grazie alla qualità dei nostri prodotti, dei nostri tessuti, e al rispetto dei lavoratori e dei luoghi in cui operano e infine il lusso, in quanto non solo i brand italiani, ma anche quelli stranieri decidono di produrre i loro capi di prestigio proprio in Italia.
Oggi il settore moda rappresenta un elemento importante dell’export italiano e incide per il 12,2% sul totale delle esportazioni italiane. Nel 2025, l’Italia ha esportato 78,8 miliardi di euro di prodotti legati al settore moda, registrando, però, una flessione del -5,1% rispetto al 2024. La filiera allargata impiega circa 1,2 milioni di addetti, rappresentando il 5,8% del totale degli occupati nel nostro Paese. Sul PIL nazionale il settore pesa storicamente circa il 5%, posizionando l’Italia al primo posto in Europa per valore aggiunto generato dalla moda.
Sul piano internazionale, nel 2025 l’Italia si colloca al 2° posto tra i principali paesi esportatori al mondo nel settore moda, dopo la Cina. I principali mercati di sbocco sono l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Nel corso degli ultimi anni, a causa delle tensioni geopolitiche, il comparto della moda ha dovuto far fronte alla chiusura di importanti mercati internazionali e al rallentamento di mercati che per il settore erano in esplorazioni, con risultati anche positivi. Dunque i dati che preoccupano balzano subito all’occhio, con la conseguente crisi in ambito di occupazione. È necessario formare e informare gli operatori del settore, dargli gli strumenti per essere ancora più competitivi in un mercato sempre più complicato e superficiale nelle scelte del consumatore. È necessario esplorare nuovi mercati, renderli fruibili e rilanciare il comparto attraverso un programma di comunicazione all’avanguardia, sfruttando ogni canale utile e penetrando in ogni singolo Paese.

Lei oggi viene chiamato a rappresentare all'estero uno dei settori più riconoscibili dell'identità italiana. Guardando al suo percorso, qual è stata l'esperienza, l'incontro o il momento professionale che più di ogni altro l'ha avvicinata alla moda e cosa significa per lei moda? E che cosa significa, per Mirko Tondi prima ancora che per l'Inviato Speciale, assumere oggi questa responsabilità?
Superati i numeri, con questa domanda, posso dar sfogo al mio romanticismo. Per me la moda, intesa come settore produttivo, è un elemento innato. Mia madre è sarta, mia nonna lo era e suo padre con i suoi fratelli producevano calzature nel mio piccolo paese in provincia di Lecce. Per me entrare in un laboratorio di sartoria, significa far riaffiorare nella mia mente ricordi d’infanzia, di quando girovagavo nella sartoria di mia madre con quell’intenso profumo di tessuti. Conosco il lavoro e la fatica che c’è dietro un capo e conosco il valore dei tessuti, perché fanno parte della mia formazione familiare. Quando durante le mie passate esperienze mi capitava di visitare le fabbriche di grandi marchi italiani o le sartorie, era proprio quel profumo che mi dava la forza di continuare a occuparmi di questo settore, vedere le mani delle sarte e dei sarti, la loro concentrazione nel realizzare quel capo. Oggi per me rappresenta questo, dare valore ad ogni singolo lavoratore della moda, padri e madri di famiglia, cittadini, che rappresentano l’eccellenza del nostro Paese.