Ci avevano promesso la libertà.

Ci hanno consegnato la distanza.

Distanza tra chi decide e chi subisce le decisioni.

Distanza tra il potere e la vita.

Distanza tra le istituzioni e le persone.

Forse la vera storia degli ultimi quarant'anni è tutta qui.

Non nella contrapposizione tra destra e sinistra.

Non nella globalizzazione.

Non nell'Europa.

Non nella rivoluzione digitale.

Ma nella progressiva scomparsa del volto della decisione.

Una volta il potere era lontano ma aveva un volto.

Oggi il potere è ovunque e non ha più un volto.

Lo incontriamo quando chiediamo un mutuo.

Quando una piattaforma decide cosa mostrarci.

Quando un algoritmo stabilisce una priorità.

Quando una procedura sostituisce un giudizio.

Quando una regola elaborata altrove modifica la nostra vita quotidiana.

Ne subiamo le conseguenze.

Ma non sappiamo più chi ringraziare.

Chi contestare.

Chi chiamare a risponderne.

È questa la vera rivoluzione del nostro tempo.

La separazione tra decisione e responsabilità.

Per secoli il potere aveva almeno una caratteristica.

Si poteva individuare.

Si poteva criticare.

Si poteva chiamare per nome.

Il sindaco aveva un volto.

Il prefetto aveva un volto.

Il ministro aveva un volto.

Il banchiere aveva un volto.

Il proprietario aveva un volto.

Perfino il burocrate aveva un volto.

Le decisioni potevano essere giuste o sbagliate.

Ma qualcuno ne rispondeva.

Oggi non è più così.

Chi decide davvero?

Bruxelles?

I mercati?

Le agenzie di rating?

Gli algoritmi?

Le piattaforme?

Le procedure?

Le governance?

La risposta cambia di volta in volta.

Ma il risultato è sempre lo stesso.

Le decisioni esistono.

I decisori scompaiono.

È il trionfo del potere impersonale.

La più grande rivoluzione politica dell'età contemporanea non è stata la conquista di nuovi diritti.

È stata la dissoluzione delle responsabilità.

Quando una banca chiude una filiale non è mai colpa di qualcuno.

Quando un'impresa non riceve credito non è mai colpa di qualcuno.

Quando un contenuto viene oscurato non è mai colpa di qualcuno.

Quando una pratica viene respinta non è mai colpa di qualcuno.

Quando una guerra viene combattuta a migliaia di chilometri di distanza ma produce conseguenze immediate nelle nostre case non è mai colpa di qualcuno.

È il sistema.

Sempre il sistema.

Questa parola magica che spiega tutto e non spiega niente.

Il sistema decide.

Il sistema valuta.

Il sistema seleziona.

Il sistema esclude.

Il sistema indirizza.

E mentre il sistema cresce, la persona si rimpicciolisce.

Nel frattempo si consumano anche gli ultimi luoghi della prossimità.

Gli Stati nazionali cedono sovranità.

Le autonomie territoriali amministrano spazi sempre più ridotti.

Le banche si concentrano.

Le fondazioni bancarie, che per anni hanno rappresentato uno degli ultimi punti di connessione tra finanza e territorio, vivono sempre più dei rendimenti di patrimoni costruiti in un'altra epoca.

Le decisioni economiche si allontanano dai luoghi nei quali producono i loro effetti.

Perfino i movimenti politici che avevano fatto del radicamento territoriale la loro ragione d'essere finiscono per diventare organizzazioni nazionali come tutte le altre.

La forza di gravità della concentrazione sembra attrarre tutto verso il centro.

Politica.

Finanza.

Informazione.

Tecnologia.

Perfino la guerra.

Per anni ci avevano spiegato che il mondo sarebbe stato governato da grandi organismi multilaterali.

Che il futuro sarebbe appartenuto alle istituzioni sovranazionali.

Che le grandi organizzazioni internazionali avrebbero garantito stabilità e cooperazione.

Poi sono arrivate le crisi.

Le pandemie.

Le guerre.

Le tensioni energetiche.

Le catene del valore spezzate.

Quella che qualcuno ha definito una terza guerra mondiale combattuta a pezzi.

E abbiamo scoperto che anche i grandi sistemi globali possono rivelarsi fragili.

Che la centralizzazione non coincide necessariamente con la capacità di governare la realtà.

Che il gigantismo istituzionale non produce automaticamente responsabilità.

Eppure c'è un problema.

L'uomo non è stato progettato per vivere nell'astrazione.

Nasce in una famiglia.

Impara in una comunità.

Lavora in una professione.

Costruisce relazioni.

Condivide responsabilità.

L'essere umano è irrimediabilmente comunitario.

Può essere individualista.

Non può essere isolato.

Può essere autonomo.

Non può essere solo.

Per questo il paradosso della nostra epoca è evidente.

Più il potere si allontana, più cresce il bisogno di comunità.

Più la decisione diventa anonima, più aumenta il desiderio di appartenenza.

Più le istituzioni diventano impersonali, più le persone cercano luoghi nei quali essere riconosciute.

Non si tratta di nostalgia.

Non è il rimpianto di un mondo che non tornerà.

È una necessità.

Quando non sai chi decide, cerchi chi ti conosce.

Quando non sai a chi rivolgerti, cerchi chi ti rappresenta.

Quando il potere perde il volto, l'uomo cerca una comunità.

Per secoli abbiamo avuto paura dell'anonimato.

Oggi dovremmo temere qualcosa di peggio.

L'anoni-dato.

La condizione di chi è conosciuto da tutti ma riconosciuto da nessuno.

Di chi è profilato ma non compreso.

Di chi è classificato ma non incontrato.

Di chi è misurato ma non ascoltato.

Ma il problema non è soltanto politico.

Non è soltanto economico.

Non è nemmeno soltanto tecnologico.

È antropologico.

Perché l'uomo non è un dato.

Non è un algoritmo.

Non è una funzione.

Non è una sequenza di informazioni.

L'essere umano è, prima di tutto,
un essere per la relazione.

Una relazione personale.

Concreta.

Incarnata.

Carnale.

Non artificiale.

Per millenni gli uomini hanno costruito civiltà incontrandosi.

Guardandosi negli occhi.

Condividendo luoghi.

Costruendo famiglie.

Comunità.

Professioni.

Opere comuni.

La relazione umana non nasce dalla connessione.

Nasce dalla presenza.

Non nasce dall'interfaccia.

Nasce dall'incontro.

Le reti trasmettono informazioni.

Le comunità trasmettono
significato.

Le piattaforme collegano.

Le relazioni legano.

Gli algoritmi classificano.

Le persone comprendono.

L'intelligenza artificiale elabora linguaggio.

L'uomo attribuisce senso.

Ecco perché una società perfettamente connessa non è necessariamente una società più umana.

Potrebbe essere esattamente il contrario.

Potremmo avere miliardi di connessioni e pochissime relazioni.

Milioni di contatti e pochissimi incontri.

Una quantità infinita di comunicazione e una drammatica scarsità di comunione.

L'uomo non desidera semplicemente essere raggiunto.

Desidera essere riconosciuto.

Non desidera essere registrato.

Desidera appartenere.

Non desidera essere osservato.

Desidera essere amato.

Per questo la vera sfida dei prossimi decenni non sarà umanizzare la tecnologia.

Sarà evitare che l'uomo venga tecnologizzato.

Che impari a pensare sé stesso come una macchina.

Come un fascio di dati.

Come un profilo.

Come una prestazione.

Come una funzione.

Perché la natura umana non è digitale.

È relazionale.

È personale.

È incarnata.

Ed è proprio questa natura che rende nuovamente necessarie le comunità.

La famiglia.

Le professioni.

Le associazioni.

Le cooperative.

Le mutue.

I corpi intermedi.

Le comunità territoriali.

Le comunità volontarie.

Le casse previdenziali privatizzate.

Tutte quelle realtà che consentono all'uomo di restare persona quando i sistemi tendono a trasformarlo in dato.

Forse è questa la vera ragione del ritorno della sussidiarietà.

Non una nostalgia del passato.

Non una teoria politica.

Non una formula costituzionale.

Ma una necessità antropologica.

Quando il potere perde il volto, l'uomo cerca una comunità.

Quando la decisione diventa impersonale, l'uomo cerca relazioni.

Quando tutto tende all'astrazione, l'uomo torna ostinatamente al concreto.

Perché può vivere senza algoritmi.

Non può vivere senza legami.

Può sopravvivere senza piattaforme.

Non può sopravvivere senza appartenenze.

Può adattarsi alla tecnologia.

Non può rinunciare alla propria natura.

E la sua natura è quella di una persona che esiste soltanto nella relazione con altre persone.

Forse è questa la vera battaglia che ci attende.

Non tra destra e sinistra.

Non tra pubblico e privato.

Non tra sovranisti e globalisti.

Non tra uomo e macchina.

Ma tra chi considera l'uomo il fine dell'organizzazione sociale e chi lo considera una materia prima da elaborare.

Perché la materia prima del XXI secolo non è il petrolio.

Non è il gas.

Non sono nemmeno i dati.

È l'essere umano trasformato in dato.

Per questo la difesa della persona coincide sempre più con la difesa delle comunità.

Perché le comunità fanno ciò che nessun algoritmo può fare.

Danno un nome.

Una storia.

Un'appartenenza.

Un significato.

Quando le persone diventano dati, la libertà non scompare con un colpo di Stato.

Scompare molto più discretamente.

Con un aggiornamento di sistema.

E forse proprio per questo il ritorno delle comunità non sarà una scelta.

Sarà una necessità.

L'ultima difesa del reale.

Quando il potere perde il volto, le comunità restituiscono un nome.