“La Vergine Maria portava l’hijab”. Una frase destinata inevitabilmente ad accendere il dibattito, soprattutto se compare all'interno di un corso contro l'islamofobia rivolto anche a dipendenti pubblici, agenti di polizia e personale impegnato nei programmi britannici di prevenzione dell'estremismo. È quanto sta facendo discutere nel Regno Unito attorno a Project Unity, iniziativa sviluppata nel North Yorkshire con l'obiettivo dichiarato di contrastare stereotipi e ostilità nei confronti dei musulmani.

Tra gli esempi utilizzati durante gli incontri compare proprio il riferimento alla Vergine Maria. Il ragionamento proposto parte dal fatto che Maria viene tradizionalmente rappresentata con il capo coperto, ma il passaggio terminologico è quello che ha alimentato le contestazioni: chiamare quel velo “hijab” significa utilizzare una parola oggi fortemente associata alla tradizione islamica per descrivere una donna ebrea vissuta nel I secolo, circa seicento anni prima della nascita dell'Islam.

E non sarebbe l'unico accostamento destinato a dividere. Nel materiale utilizzato durante le lezioni viene richiamata anche la barba di Gesù, messa in relazione con quella portata da molti uomini musulmani. Altre immagini mostrerebbero invece donne britanniche del passato con scialli e copricapi, nel tentativo di evidenziare come l'abitudine femminile di coprire il capo non appartenga esclusivamente alla cultura islamica.

Il progetto affronta inoltre uno dei temi più delicati del confronto tra Islam e società occidentali: la Sharia. Nei materiali viene presentata mettendone in evidenza la dimensione morale e i riferimenti alla fede, alla ragione e alla dignità umana, con l'intento di contrastare l'identificazione automatica della legge islamica con una minaccia per la società britannica.

A rendere la vicenda ancora più controversa è il capitolo dei finanziamenti. Il corso è stato tenuto da Abbas Najib, ex agente di polizia e amministratore delegato della charity Better Communities Bradford. Secondo quanto riportato dalla stampa britannica, l'organizzazione avrebbe ricevuto dal National Lottery Community Fund circa 490mila sterline dal 2019, delle quali 35mila destinate allo sviluppo di Project Unity.

Ed è proprio qui che la discussione esce dalle aule e diventa politica: fino a che punto un programma finanziato con risorse pubbliche può spingersi nella reinterpretazione di simboli e figure religiose per combattere i pregiudizi? E dove finisce l'educazione contro l'islamofobia e comincia una lettura culturale discutibile della storia?

Gli organizzatori respingono l'idea che Project Unity abbia finalità politiche. L'obiettivo dichiarato è ridurre l'ostilità verso i musulmani, smontare stereotipi e costruire maggiore fiducia tra comunità differenti. Una finalità che non cancella però la controversia esplosa attorno ai metodi scelti per perseguirla.

Perché che Maria fosse rappresentata e probabilmente vestisse con il capo coperto è perfettamente compatibile con gli usi delle società mediorientali dell'epoca. Chiamare quel copricapo “hijab”, attribuendogli implicitamente una categoria religiosa sviluppatasi secoli più tardi, è invece il passaggio che ha acceso lo scontro.

Così una lezione nata per abbattere le contrapposizioni ne ha prodotta una nuova. E sono bastate poche parole — “la Vergine Maria portava l'hijab” — per trasformare un corso contro l'islamofobia in un caso destinato a dividere l'opinione pubblica britannica.