Il problema del lavoro in Italia non è soltanto demografico, perché dietro il calo dei giovani occupati c’è anche una questione meno visibile ma altrettanto importante: chi lascia il mercato del lavoro porta con sé competenze, esperienza e mestieri che spesso non vengono trasferiti a chi entra. È questo il punto centrale dell’analisi di Vincenzo Caridi, che richiama l’attenzione sulla necessità di trasformare il passaggio generazionale da semplice ricambio numerico a vero trasferimento di conoscenze.

I dati mostrano quanto il quadro sia cambiato in vent’anni. Nel 2006 gli occupati under 35 erano più di sette milioni, mentre gli over 50 erano poco più di cinque milioni; oggi i primi sono scesi a circa 5,3 milioni, mentre i secondi hanno raggiunto quota 10,5 milioni. Non si tratta quindi di due curve che si sono lentamente avvicinate, ma di un rapporto che si è completamente ribaltato.

Il problema diventa ancora più evidente guardando ai prossimi anni, perché entro il 2029 serviranno tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori e oltre tre milioni saranno necessari soltanto per sostituire chi uscirà dal mercato. La domanda, quindi, non è semplicemente quanti lavoratori andranno in pensione, ma quanto sapere rischia di andare perso insieme a loro.

Per questo Caridi indica nella staffetta generazionale uno strumento da rendere ordinario e non più sperimentale. Il riferimento è all’articolo 6 della legge 34 del 2026, che permette al lavoratore vicino alla pensione di ridurre l’orario tra il 25 e il 50%, mentre l’impresa assume un under 34 a tempo pieno e indeterminato. Una misura ancora limitata nei numeri, ma che introduce per la prima volta un principio preciso: il trasferimento delle competenze può essere considerato un obiettivo da sostenere anche con risorse pubbliche.

La transizione, però, non può funzionare in una sola direzione. Non basta che il lavoratore più anziano insegni al giovane, perché anche chi ha maggiore esperienza deve continuare ad aggiornarsi. Il tema è particolarmente evidente sul fronte dell’intelligenza artificiale, dove molte imprese rinunciano agli investimenti proprio per mancanza di competenze adeguate, mentre una quota molto ampia di lavoratori sarà chiamata a riqualificarsi entro i prossimi anni.

La sfida, quindi, è doppia: trasmettere i mestieri e aggiornare le competenze, evitando di arrivare a una situazione nella quale i giovani non abbiano ancora acquisito sufficiente autonomia e i lavoratori più maturi non riescano più a stare al passo con l’evoluzione tecnologica. In questo quadro assume un peso anche il cosiddetto “tempo di autonomia operativa”, cioè il periodo necessario perché una nuova assunzione sia realmente in grado di svolgere il proprio lavoro senza dipendere costantemente dall’affiancamento di chi ha più esperienza.