Il nome emerso dall’inchiesta sul Movimento 17 ottobre è quello di Youssef Siher: trent’anni, ricercatore dei movimenti politici islamici, attivista per la causa palestinese e con un passato di collaborazione con il Fatto Quotidiano. Fermato su disposizione della Procura di Milano, è ritenuto dagli investigatori uno degli amministratori dei canali social attraverso i quali sarebbero stati diffusi inviti alla violenza. Le contestazioni riguardano l’istigazione a delinquere e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; nell’indagine compare anche l’ipotesi di terrorismo. Siher è italiano di seconda generazione: definirlo straniero sarebbe inesatto.

Il suo percorso comprende lo studio dell’Islam politico, dei movimenti islamici e del rapporto tra religione e nazionalismo arabo. Si tratta dei suoi interessi di ricerca, che da soli non dimostrano appartenenze estremiste. Sul piano pubblico, Siher si è però esposto a sostegno della causa palestinese, partecipando alle mobilitazioni e intervenendo sui social.

Nella sua biografia figura anche l’attività giornalistica. Secondo quanto ricostruito dall’ANSA, ha svolto uno stage e collaborato con il Fatto Quotidiano, ma non scriverebbe più per la testata da circa un anno e mezzo. Ha inoltre pubblicato un articolo sul Foglio nel 2022. La collaborazione con il Fatto è dunque un elemento del suo percorso professionale: non risulta un incarico attuale e non implica responsabilità del giornale nelle condotte contestate.

Il centro dell’inchiesta resta ciò che sarebbe circolato nei canali del Movimento 17 ottobre. Secondo la ricostruzione riportata dall’Adnkronos, gli investigatori hanno individuato messaggi che invitavano ad aumentare lo scontro con la polizia, riferimenti a obiettivi e indicazioni per sottrarsi all’identificazione. “Non ci hanno fermato con le leggi. Non ci fermeremo con i blindati” è una delle frasi riportate. La chat Telegram sfiorava i 9.500 iscritti, mentre la pagina Instagram aveva superato i 48mila follower. Numeri che descrivono la diffusione dei canali, senza rendere automaticamente partecipi delle presunte condotte illecite tutte le persone che li seguivano.

Anche la moglie risulta indagata per il presunto coinvolgimento nella gestione delle comunicazioni social. Telefoni e computer sequestrati dovranno consentire agli investigatori di ricostruire contatti, ruoli e responsabilità. Siher si trova a San Vittore e la richiesta di convalida del fermo è prevista per lunedì 26 ottobre: le accuse dovranno essere valutate dal giudice.

Questo è il quadro con cui deve confrontarsi anche il dibattito politico. La pista descritta dagli inquirenti riguarda un attivista pro Palestina con una precisa storia pubblica, non una documentata operazione organizzata dalla destra. Il fermo non chiude l’inchiesta e non dimostra responsabilità dei partiti di sinistra. Ma chi attribuisce gli scontri a provocatori governativi deve portare elementi verificabili: una ricostruzione politica non può prendere il posto delle prove, tanto meno quando i fatti emersi indicano persone e ambienti diversi.