Ormai gli stracci volano. Quella che fino a pochi giorni fa poteva essere raccontata come una divergenza istituzionale sul futuro della Federcalcio si è trasformata in uno scontro sempre più esplicito tra Giovanni Malagò e il ministro per lo Sport Andrea Abodi. Sullo sfondo c’è il dossier più pesante: il possibile commissariamento della FIGC per il caso del mancato tesseramento di Malagò al momento della candidatura alla presidenza federale. In mezzo, le dimissioni di Diana Bianchedi da capodelegazione della Nazionale hanno fatto saltare definitivamente gli argini.
Malagò, a Firenze per l’assemblea della Lega Pro, non ha usato mezzi termini. Ha condiviso la decisione di Bianchedi e ha definito l’intervento di Abodi “non convenzionale, sgrammaticato e fuori luogo”, accusando di fatto il ministro di essere entrato in dinamiche che dovrebbero appartenere all’autonomia dell’ordinamento sportivo. “È evidente che c’è questo palese intervento che secondo me è proprio in assoluto sbagliato”, ha affermato il presidente federale, sostenendo che la questione vada ben oltre i rapporti personali e investa direttamente l’autonomia dello sport. Parole pesantissime, soprattutto perché pronunciate mentre sulla sua presidenza incombe la decisione del CONI.
Abodi, dal canto suo, aveva respinto proprio la lettura politica della vicenda. Sul possibile commissariamento aveva chiarito che “a commissariare non è la politica” e che la decisione compete esclusivamente agli organi del CONI. Il ministro aveva inoltre sostenuto che trasformare il caso in uno scontro politico significherebbe creare confusione e mortificare lo stesso Comitato olimpico. Due letture ormai frontalmente opposte: Malagò denuncia quello che considera un intervento improprio della politica nelle dinamiche sportive, Abodi replica che la politica non decide affatto e che saranno Giunta e Consiglio nazionale del CONI ad assumersi la responsabilità della scelta.
Ad alzare ulteriormente la temperatura è arrivato Luciano Buonfiglio. Il presidente del CONI ha convocato per il 6 ottobre, alle 13, la Giunta nazionale e, a seguire, il Consiglio nazionale straordinario. All’ordine del giorno c’è la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Buonfiglio ha annunciato che tutta la documentazione giuridica sarà preventivamente trasmessa ai componenti e ha utilizzato parole che lasciano capire quanto il dossier sia ormai arrivato al punto di non ritorno: i quattro pareri acquisiti dal CONI, ha detto, sono “granitici”. “Noi siamo chiamati a decidere senza se e senza ma”, ha aggiunto, richiamando il dovere di ripristinare “l’etica e il rispetto delle regole”.
Il nodo giuridico è noto. Il caso nasce dal mancato tesseramento di Malagò prima della candidatura alle elezioni FIGC del 22 giugno. Il procuratore generale dello Sport Ugo Taucer ha archiviato il procedimento nei confronti dello stesso Malagò, che proprio perché non risultava tesserato non poteva essere sottoposto alla giustizia federale, ma ha contemporaneamente rimesso la questione al CONI affinché verificasse il comportamento della Federazione e l’eventuale inosservanza dei principi fondamentali degli statuti federali. Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva.
I quattro giuristi interpellati dal CONI convergerebbero infatti su un punto centrale: il tesseramento rappresentava un requisito necessario per candidatura ed elezione. La FIGC non resta però a guardare e sta predisponendo i propri pareri giuridici a sostegno della legittimità del percorso che ha portato Malagò alla presidenza. Non esiste dunque, allo stato, un commissariamento già deciso. Esiste però una procedura ormai arrivata al passaggio politico-sportivo e giuridico più delicato, con la Giunta chiamata a stabilire se quanto accaduto integri una violazione sufficientemente grave da giustificare l’intervento sul governo federale.
Malagò continua a mostrarsi tranquillo. “Perché non dovrei essere sereno?”, ha detto ricordando di essere stato eletto e di aver ricevuto il consenso delle componenti federali. Ma intorno a lui il clima è tutt’altro che sereno. Le dimissioni di Bianchedi, che resta vicepresidente vicaria del CONI e potrà quindi partecipare alla delicatissima partita istituzionale, hanno aggiunto benzina sul fuoco. La stessa Bianchedi ha spiegato di aver lasciato la Nazionale dopo le dichiarazioni di Abodi, rivendicando correttezza e rispetto delle istituzioni.
Il risultato è un corto circuito senza precedenti recenti ai vertici dello sport italiano: il presidente della FIGC accusa apertamente il ministro di un intervento “sgrammaticato” e contrario all’autonomia sportiva; Abodi respinge qualsiasi accusa di ingerenza politica; Buonfiglio mette sul tavolo quattro pareri che definisce “granitici” e convoca gli organi chiamati a decidere sul destino della Federazione.
Il 6 ottobre, dunque, non sarà una riunione come le altre. Sul tavolo non ci sarà soltanto una questione regolamentare, ma il futuro della governance del calcio italiano. E mentre Malagò assicura di essere tranquillo, lo scontro con Abodi è ormai uscito definitivamente dalle stanze istituzionali: la guerra, almeno a parole, è cominciata.