Giovanni Malagò ha scelto: Diana Bianchedi è la nuova capo delegazione della Nazionale italiana di calcio.
Una decisione che il presidente della Figc ha voluto presentare come una vera e propria "rivoluzione culturale", spiegando che il calcio non deve più essere percepito come "una realtà a parte" e che la scelta di Bianchedi risponde alla volontà di riportare il pallone italiano dentro un dialogo con lo sport a 360 gradi.
Un progetto ambizioso. Una scelta certamente coraggiosa. Ma anche una scommessa che solleva una domanda inevitabile:
perché proprio Diana Bianchedi come capo delegazione della Nazionale di calcio?
Chiariamo subito un punto, perché sarebbe profondamente sbagliato impostare il ragionamento sulle qualità della persona.
Bianchedi non è una dirigente improvvisata. È esattamente il contrario.
Due volte campionessa olimpica nel fioretto, medico specializzato in medicina dello sport, dirigente di lunghissimo corso, vicepresidente vicaria del Coni, protagonista nell'organizzazione di Milano Cortina 2026. Una donna che conosce perfettamente lo sport di alto livello e che oggi può essere considerata a pieno titolo una manager sportiva di grande esperienza e prestigio internazionale.
Dunque il problema non è Bianchedi.
Il problema è la scelta di Malagò.
Perché qui bisogna distinguere due concetti che qualcuno sembra voler sovrapporre: conoscere lo sport e conoscere il calcio. Non sono la stessa cosa.
Bianchedi ha avuto anche esperienze all'interno di organismi calcistici, dalla Figc alla Uefa, soprattutto nell'ambito medico e antidoping. Sarebbe quindi scorretto sostenere che non abbia mai avuto rapporti con il mondo del pallone.
Ma un conto è frequentare istituzionalmente quel mondo. Un altro è aver maturato una vera esperienza nella gestione calcistica, negli spogliatoi, nei club, nelle squadre nazionali, nelle dinamiche quotidiane di un ambiente che ha regole, pressioni, linguaggi e persino patologie tutte proprie.
Ed è qui che la scelta di Malagò lascia perplessi.
Perché Bianchedi prende un posto che nella storia recente della Nazionale è stato occupato da Gigi Riva, Gianluca Vialli e Gianluigi Buffon.
Tre uomini profondamente diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica piuttosto evidente: il calcio era la loro vita.
Ne conoscevano gli odori prima ancora delle regole. Conoscevano lo spogliatoio, i calciatori, le tensioni, le gerarchie, le sconfitte, le pressioni di una partita della Nazionale e il peso di quella maglia.
Malagò decide invece di rompere completamente quello schema e affida il ruolo a una manager proveniente da un'altra cultura sportiva.
Può farlo. Ma deve convincerci che abbia un senso.
Perché definire una scelta "rivoluzione culturale" non basta automaticamente a renderla quella giusta.
Alla Nazionale serviva davvero una rivoluzione culturale nel ruolo del capo delegazione?
Oppure serviva semplicemente la persona più adatta a svolgere quel mestiere?
È questa la domanda.
E diventa ancora più legittima considerando quello che è accaduto nelle prime settimane della nuova Federcalcio targata Malagò.
Il progetto iniziale è già stato terremotato dal caso Pirlo e dalle successive dimissioni di Maldini e Leonardo. Roberto Mancini è stato riportato sulla panchina azzurra dopo il traumatico addio del 2023. Adesso arriva Bianchedi e, praticamente contemporaneamente all'annuncio, il Coni apre verifiche su eventuali profili di opportunità, inconferibilità e incompatibilità legati al suo doppio incarico.
Non significa che Malagò abbia sbagliato tutto. Significa però che in meno di due mesi la sua rivoluzione ha già prodotto parecchie rivoluzioni dentro la rivoluzione.
E forse qualche domanda è consentita.
Anche perché il calcio italiano viene da anni nei quali abbiamo sentito parlare fino alla nausea di rifondazioni, nuovi cicli, progetti, modelli e ripartenze. Alla fine manca sempre la cosa più semplice: vincere. C'è poi un altro aspetto che non può essere ignorato.
Il capo delegazione della Nazionale non è una figura decorativa. È un riferimento istituzionale del gruppo, vive accanto alla squadra, rappresenta la Federazione, deve interpretare gli equilibri dello spogliatoio e accompagnare allenatore e giocatori soprattutto nei momenti di maggiore pressione.
È esattamente per questo che negli anni quel ruolo è stato affidato a uomini come Riva, Vialli e Buffon.
Non perché soltanto un ex calciatore possa ricoprirlo. Sarebbe una conclusione corporativa e persino sbagliata.
Ma perché la conoscenza profonda del calcio, per un ruolo del genere, rappresenta un patrimonio difficilmente sostituibile.
Bianchedi dovrà costruirselo sul campo.
Potrà farlo benissimo. Intelligenza, esperienza manageriale e cultura sportiva certamente non le mancano. Potrà persino dimostrare che Malagò ha visto qualcosa che oggi molti non riescono a vedere. Ma essere innovativi non significa necessariamente fare scelte sorprendenti.
La sorpresa non è un progetto.
Ed è proprio questo il punto sul quale Malagò dovrà rispondere con i fatti. Diana Bianchedi è una grande manager dello sport. Nessuno lo mette in discussione. Ma il capo delegazione dell'Italia non deve amministrare genericamente "lo sport". Deve vivere e rappresentare la Nazionale italiana di calcio. Riva, Vialli e Buffon quel mondo lo conoscevano da dentro. Bianchedi, per quanto straordinario sia il suo curriculum, dovrà impararne una parte importante.
Magari lo farà rapidamente e benissimo. Magari Malagò avrà visto più lontano di tutti.
Per ora, però, resta una domanda terribilmente semplice: in un calcio italiano che deve ricostruirsi, era davvero necessario affidare un ruolo così delicato a qualcuno che deve ancora costruirsi un'esperienza specifica proprio nel calcio?
Malagò la chiama "rivoluzione culturale". Noi, per il momento, la chiamiamo scommessa.
E considerando quanto movimentato sia stato l'inizio della sua presidenza, sarebbe opportuno che almeno questa fosse quella giusta.