La Nazionale italiana riparte da Roberto Mancini. L’annuncio è arrivato al termine del Consiglio federale, con la scelta dell’ex commissario tecnico campione d’Europa per guidare nuovamente gli Azzurri. Al suo fianco dovrebbe esserci Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico, con il compito di affiancare il nuovo corso della Nazionale.
La nomina di Mancini, però, non può cancellare quanto accaduto nelle ultime settimane. Prima la candidatura di Andrea Pirlo, poi il suo improvviso tramonto, quindi le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo dal progetto federale. Una sequenza di eventi che ha dato l’impressione di una gestione confusa e di una mancanza di una strategia chiara ai vertici del calcio italiano.
Le dimissioni di Maldini e Leonardo rappresentano un’assunzione di responsabilità, ma il dibattito non può fermarsi qui. Se il percorso che ha portato alla scelta del nuovo commissario tecnico è stato caratterizzato da continui cambi di rotta e da un’evidente incertezza, è inevitabile che le responsabilità vengano ricondotte anche a chi ha guidato questo processo.
È per questo che la domanda sorge spontanea: il ritorno di Roberto Mancini è davvero un successo per Giovanni Malagò oppure rappresenta il tentativo di rimediare a una gestione che, fino a pochi giorni fa, appariva senza una direzione precisa? Per molti osservatori, la seconda ipotesi è tutt’altro che marginale.
Ora la parola passa al campo. Toccherà a Mancini ricostruire una Nazionale chiamata a ritrovare entusiasmo, risultati e credibilità. Ma il suo ritorno non cancella le polemiche che hanno accompagnato questa vicenda. Anzi, rischia di trasformarsi nella soluzione a un problema che, secondo molti, non avrebbe mai dovuto nascere.