Le micro e piccole imprese rappresentano il cuore dell'economia italiana: costituiscono il 95% del tessuto imprenditoriale, generano quasi un terzo del PIL e occupano quasi la metà dei lavoratori del Paese. Eppure, negli ultimi quindici anni, il credito loro destinato si è ridotto di circa 70 miliardi di euro, passando da 171 miliardi nel 2011 a circa 107 miliardi nel 2024, con un'ulteriore contrazione registrata nel 2025 nonostante la crescita del credito complessivo. Uno scenario che riporta al centro il tema dell'accesso ai finanziamenti e del ruolo che strumenti come il microcredito possono svolgere per sostenere imprese, artigiani e professionisti esclusi o penalizzati dal credito tradizionale. È su questo che chiediamo un'analisi a Mario Marotta, Direttore Generale della Cassa del Microcredito.

Il Libro Bianco evidenzia che in quindici anni alle microimprese sono venuti a mancare circa 70 miliardi di euro di credito, mentre il credito complessivo al sistema produttivo è tornato a crescere. Quali sono, secondo lei, le cause strutturali di questo divario e cosa dovrebbe cambiare nel rapporto tra sistema bancario e microimprese?

Le fragilità delle microimprese sono note da anni, nel "libro bianco sul credito alle micro imprese" sono sintetizzate in maniera eccellente. La prima è l'asimmetria informativa, ossia la difficoltà delle attuali procedure di valutazione del merito creditizio ordinario di individuare le informazioni che gli algoritmi procedurali ritengono necessarie, in considerazione dei pochi dati contabili delle microimprese. La seconda riguarda, più in generale, gli alti costi fissi di istruttoria bancaria, non compatibili con l'erogazione di piccoli importi. Ciò comporta un certo disinteresse da parte degli istituti bancari di occuparsi dei micro finanziamenti e, comunque rende gli stessi poco conventi per le micro imprese. Il terzo fattore di debolezza del sistema di credito alle micro imprese riguarda la desertificazione territoriale conseguente al consolidamento bancario. La notevole riduzione degli sportelli a cui abbiamo assistito a seguito delle fusioni tra banche riduce, spesso, la possibilità per il micro imprenditore di far conoscere la propria attività secondo il classico ma ormai desueto modello relazionale tra imprenditore e impiegato di banca. Il quarto è l'assenza di garanzie reali da offrire alle banche da parte delle micro imprese che sono, per loro natura, poco capitalizzate da un punto di vista patrimoniale. Aggiungo che anche quando tali asset sono disponibili, la lentezza delle nostre procedure esecutive, in generale, fa venir meno la riduzione del rischio.

Lei sostiene da tempo che il microcredito non debba limitarsi a valutare il patrimonio dell'imprenditore, ma soprattutto la qualità del progetto e accompagnarlo con servizi di tutoraggio. Questo modello può diventare una risposta concreta alla stretta creditizia che stanno vivendo migliaia di piccole imprese?

Alla luce di quanto detto e stigmatizzato nel "libro bianco", il primo trattato economico che si occupa di credito alle micro e piccole imprese in modo specifico, ne sono ancora più convinto. Il tutoraggio ovvero l'assistenza permanente di un professionista, esplicata continuamente, prima, dopo e durante la vita del micro finanziamento, consente di valutare il progetto imprenditoriale più che gli asset proprietari. Consentitemi di aggiungere che l'assistenza continua del tutor in fase iniziale, consente di colmare quella asimmetria conoscitiva di cui abbiamo parlato, ricostruendo le informazioni essenziali per una valutazione specifica dell'impresa da finanziare. Questo modello valutativo, riporta al centro la conoscenza, da parte dell'intermediario di microcredito, dell'idea imprenditoriale e delle potenzialità del micro imprenditore, individuando, come una volta accadeva, prima di aver devoluto ad algoritmi e rating, spesso impossibili da applicare alla microimprenditoria, le reali potenzialità dell'impresa. In questo modo, la decisione se finanziare o no una micro impresa, diventa un fatto analitico, specifico, concreto e non statistico.

Se questa tendenza dovesse proseguire anche nei prossimi anni, quale sarebbe il rischio per il sistema economico italiano? E quale ruolo può assumere la Cassa del Microcredito per evitare che imprese sane, ma sottocapitalizzate, restino escluse dall'accesso ai finanziamenti?

La tendenza di riduzione di impieghi a favore della micro impresa è certamente ancora in corso. Basti pensare che gli ultimi dati di Banca d'Italia che esprimono una ripresa degli impieghi bancari nel complesso, non riguardano le micro imprese, per le quali la concessione di finanziamenti continua a diminuire drasticamente. Il sistema valutativo omogeneo, stabilito in ossequio alle regole europee di Basilea 2 e Basilea 3 è troppo distante dalla realtà italiana. Non riesce a cogliere una realtà imprenditoriale costituita in prevalenza da micro e piccole imprese.

Va affermato, con un po' di coraggio, che il modello valutativo e procedurale del credito europeo a cui le banche sono obbligate ad attenersi, non ha trasformato la realtà economica del nostro paese. Le dimensioni aziendali non sono cresciute. Le micro imprese addirittura, sono numericamente cresciute, costituendo spesso la risposta alla crisi occupazionale come forma di autoimpiego. Di fronte a tali considerazioni, l’attuazione di un modello diverso diventa una scelta obbligata nel nostro paese. Lo strumento del microcredito diventa un volano complementare al modello del credito ordinario. L’esperienza di Cassa del Microcredito spa, operatore iscritto all’elenco di cui all’art. 11 del T.U.B., rappresenta una forma alternativa di credito per le micro e piccole imprese.

Cassa del Microcredito spa assiste l’impresa in fase di predisposizione del business plan, aiutando l’imprenditore nelle fasi più importanti, fornendo assistenza e formazione finanziaria durante il finanziamento. Il modello di finanziamento degli operatori di microcredito assiste start up, imprese femminile, giovani, imprenditori migranti. Consente una crescita e un consolidamento dell’azienda che, una volta sviluppata, diventa una azienda “bancabile”. Questo è il vero successo del microcredito. Interviene in contesti in cui il credito ordinario non può, per le regole a questo assegnate, arrivare, fa crescere i razionali della micro impresa e la trasforma in un buon cliente di banca.

Permettetemi di fornire alcuni dati ufficiali di Cassa del Microcredito spa. In circa tre anni di operatività abbiamo erogato oltre 40 milioni di euro di micro crediti, su tutto il territorio nazionale, con un taglio medio di poco inferiore a 30.0000 euro. Oltre il 45% è stato concesso a start up o imprese addirittura inattive ossia che stanno per nascere, con le quali abbiamo sostanzialmente costruito il modello di business. Oltre il 40% del monte dei finanziamenti è stato concesso all’impresa femminile che non trova particolare affinità nel credito ordinario ma che rappresenta una realtà dinamica in forte crescita nel nostro paese. Il 41% è stato destinato all’imprenditoria giovanile, fornendo supporto all’auto-impiego dei giovani. Ma il dato più significativo è che circa il 70% dei microcrediti sono andati ad imprese collocate nel Sud e nelle Isole, territori nei quali il credit crunch si è verificato in modo cruento.

I dati descritti dimostrano che i risultati di inclusione finanziaria di Cassa del Microcredito spa, grazie alla rete dell’azionista Confesercenti, storica associazione nazionale di rappresentanza delle MPMI italiane, sono direttamente proporzionali ai target di aziende che hanno subito il credit crunch in modo sistematico. Cassa del Microcredito spa interviene esattamente laddove le regole del credito ordinario riducono la possibilità per le banche di finanziare le micro e piccole imprese italiane.

Dal Libro Bianco emerge anche che, nel primo semestre del 2025, il Fondo di Garanzia per le PMI ha sostenuto nel 66% dei casi imprese già considerate bancabili. A suo avviso questo strumento sta ancora raggiungendo chi ha realmente difficoltà ad accedere al credito oppure è necessario ripensarne criteri e funzionamento per sostenere le realtà più piccole e fragili?

Questo dato è sicuramente significativo. Da più di un quinquennio, il modello creditizio italiano si regge sullo strumento della garanzia pubblica. Le associazioni di impresa, in particolare Confesercenti che da anni ha costituito strumenti creditizi per i propri associati, denunciano la necessità di “rifocalizzare” lo strumento del Fondo Centrale di Garanzia. Il “libro bianco” esprime un dato che sostanzia tale denuncia. Lo strumento garantuale pubblico, che nasce come emergenziale e poi si stabilizza, doveva consentire alle banche di promuovere il credito verso le imprese con maggiore rischio di insolvenza. Finalità assolutamente condivisibile.

Purtroppo, a seguito dei numerosi interventi legislativi e del décalage tecnico del fondo, tale indirizzo, si è perso. Se il 66% delle garanzie pubbliche è servito per far finanziare alle banche imprese con minor rischio e rating più alto, significa aver tradito la finalità pubblica che avevamo stabilito. Tuttavia, stante l’importanza, oggi, fondamentale di tale strumento non bisogna “buttare il bambino assieme ai panni sporchi”, come spesso accade nel nostro paese.

Personalmente, ritengo che sia arrivato il momento di revisionare le regole di utilizzo della garanzia pubblica. Ad esempio, si potrebbero differenziare le aliquote di garanzia a seconda del profilo di rischio. Ad un rischio basso deve corrispondere una garanzia pubblica ridotta, ad un rischio alto una garanzia più elevata.
Anche sotto il profilo del target dimensionale si deve procedere ad una revisione. Se si vogliono far crescere le imprese piccole, bisognerà aumentare le aliquote di copertura per queste e ridurle per le grandi imprese. Inoltre, al fine di colmare la dipendenza strutturale del ricorso al credito delle MPMI italiane si dovrebbero aumentare le aliquote di copertura garantuale destinate ai finanziamenti a lungo termine. L’effetto di tale iniziativa, nel tempo, sarà quello di rallentare la necessità di finanziare continuamente i flussi di cassa delle micro e piccole imprese rendendole meno dipendenti dal ricorso al credito.

Da ultimo ho una proposta che riguarda la sezione speciale “microcredito” del Fondo Centrale di Garanzia.
Questo rappresenta, in termini di volume dedicato e di impieghi, l’ultima “ruota del carro” delle garanzie pubbliche ma è in forte espansione.

Differentemente dalle banche che prestano i soldi raccolti dai propri clienti, gli operatori di microcredito erogano in forza del proprio capitale privato e/o si indebitano per erogare micro finanziamenti ai propri clienti. Il peso del rischio operativo tra i due modelli è molto diverso.

La mia proposta è quella di aumentare l’importo massimo relativo all’aliquota più alta di garanzia del Fondo Centrale sezione speciale “microcredito” fino a 100.000 euro, per supportare quelle imprese che realizzano progetti dimensionalmente più strutturati o in forte fase di espansione commerciale, quando meritevoli.
Queste iniziative di riorientamento del Fondo Centrale di garanzia, ritengo siano essenziali per produrre risultati di crescita economica del nostro paese e far ritornare le nostre banche a fare credito laddove, per delle regole poco efficaci, si è interrotto.


Negli ultimi anni il sistema finanziario sta cambiando rapidamente, tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e fintech. Come immagina il futuro del credito alle micro e piccole imprese? Quali innovazioni potrebbero davvero semplificare l'accesso ai finanziamenti senza compromettere la sostenibilità del sistema?

L’uso dei sistemi automatici di scoring, i rating che ne derivano e l’utilizzo dell’IA nel processo di valutazione del merito creditizio sono ormai un fatto. Personalmente, ritengo che siano strumenti utili a velocizzare il processo di erogazione del credito, ancora troppo lento in Italia, ma presentano due criticità che bisogna affrontare. La prima consiste nel fatto che non possono costituire gli unici strumenti di decisione. Troppi casi di successo imprenditoriale italiano dimostrano che se non ci fosse stato un affidamento ulteriormente verificato con il “fiuto” e la conoscenza dei funzionari addetti al credito degli intermediari finanziari, non si sarebbero realizzati.

Il secondo è che tali modelli funzionano con un buon grado di efficienza per alcune tipologie di imprese ossia quelle strutturate, dimensionalmente consistenti e che sostengono costi di disclosure che rendono l’andamento aziendale “leggibile” da tali strumenti. Difficilmente la micro impresa ha la possibilità di essere considerata affidabile con l’esclusivo utilizzo dei soli strumenti di automazione valutativa.

È per questo che per le micro imprese, a fianco di modelli predittivi statistici, deve esserci una assistenza continua e professionale. Solo i servizi di tutoraggio e una procedura di valutazione del merito creditizio e progettuale avanzata e specifica possono consentire un’analisi approfondita dei punti di forza e di debolezza per le imprese più fragili. In effetti, se ci si pensa, sono proprio le procedure stabilite dalla normativa del microcredito quelle più adeguate a garantire una valutazione personalizzata e puntuale per l’affidamento delle micro e piccole imprese.

Bisogna avere il coraggio di affermare che il sistema del credito attuale europeo è immaginato per grandi realtà aziendali ma non è, del tutto, in grado di assecondare i bisogni finanziari della maggioranza delle imprese italiane.
Insomma, le regole, se è provato che siano poco efficaci, si possono cambiare. Soprattutto alla luce di un giudizio collettivo non sempre positivo di tali regole.

Aggiungo che se le attuali regole comportano una minore competitività della maggioranza delle imprese italiane in una economia globalizzata, queste devono essere cambiate. Se ottant’anni fa non avessimo cambiato le regole, oggi non saremmo una repubblica fondata sul lavoro e sulla libera iniziativa economica che costituiscono le basi della nostra crescita sociale…