C’è qualcosa di irresistibilmente comico nella politica italiana di queste settimane. Tutti assicurano di non inseguire Vannacci. E lo fanno inseguendo Vannacci.
L’ultima fotografia del paradosso arriva da Ignazio La Russa. Non dal responsabile social di una federazione provinciale, non dal consigliere comunale in cerca di una ripresa su TikTok: dal presidente del Senato, carica che ricopre dal 13 ottobre 2022.

La Russa scrive: «Qualunque cosa diciamo, il centrosinistra sostiene che inseguiamo Vannacci».

Ecco. Fermiamoci qui.
Perché forse la notizia non è nemmeno ciò che La Russa dice dopo. La notizia è che siamo arrivati al punto in cui il presidente del Senato sente la necessità politica di spiegare pubblicamente che il centrodestra non sta inseguendo Roberto Vannacci.
Ed è qui che la comunicazione politica comincia ad assomigliare a quella scena immortale in cui qualcuno entra in una stanza urlando: «NON SONO NERVOSO!»
E tutti capiscono immediatamente che è nervoso.

Vannacci, unità di misura nazionale

Il problema non è stabilire se La Russa abbia ragione. Probabilmente è proprio la domanda a essere sbagliata.
Perché da qualche tempo Vannacci non è più soltanto un politico. È diventato un’unità di misura.
Una dichiarazione è troppo a destra? “State inseguendo Vannacci”.
Una dichiarazione è più moderata? “Prendete le distanze da Vannacci”.
Si parla di immigrazione? Vannacci.
Sicurezza? Vannacci.
Alleanze? Vannacci.
Il centrodestra deve spiegare quanto è distante da Vannacci. Il centrosinistra deve spiegare quanto è pericoloso Vannacci. I giornali devono chiedere agli esponenti del centrodestra cosa pensano di Vannacci. Poi chiedono a Vannacci cosa pensa di quello che il centrodestra pensa di Vannacci. A quel punto arriva un’altra replica.
Indovinate di chi si parla?
Vannacci.
È una macchina perfetta. Manca soltanto il gratta e vinci “Vannacci” all’Autogrill.

Il generale non ha bisogno di essere approvato. Gli basta essere indispensabile

Ed è questo il punto che forse la politica sta sottovalutando.
Per occupare il centro della scena non è necessario che tutti siano d’accordo con te. È sufficiente che tutti ritengano necessario parlare di te.
Vannacci, peraltro, ha già dichiarato che considera Futuro Nazionale un «naturale interlocutore» dell’alleanza di centrodestra. È una sua rivendicazione politica, naturalmente, non una fotografia oggettiva degli equilibri futuri. Ma proprio il dibattito continuo sul suo possibile rapporto con il centrodestra contribuisce a mantenerla nell’agenda.
È il capolavoro involontario della polarizzazione.
Da una parte c’è chi vuole dimostrare ogni giorno che Vannacci rappresenta qualcosa di radicalmente diverso. Dall’altra chi vuole dimostrare ogni giorno di non aver bisogno di Vannacci.
Nel mezzo c’è Vannacci che, molto educatamente, incassa entrambe le campagne pubblicitarie.
Una gratis a destra e una gratis a sinistra.
Altro che par condicio.

E se provassimo la cosa più rivoluzionaria? Trattarlo come un politico

Qui arriva una parola che farà arrabbiare qualcuno: normalizzare.
Calma.
Normalizzare non significa approvare. Non significa legittimare. Non significa allearsi.
Significa semplicemente smettere di comportarsi come se ogni frase di Roberto Vannacci fosse l’apparizione della Madonna di Fatima o l’arrivo di Godzilla a piazza Colonna.
Dice una cosa? La si valuta.
Propone qualcosa? Si leggono i numeri.
Dice una sciocchezza? Si dimostra che è una sciocchezza.
Dice qualcosa di fondato? Si prende atto che è fondato.
Poi, possibilmente, si continua a vivere.
Perché invece abbiamo costruito il format perfetto:
VANNACCI PARLA.
Seguono diciassette reazioni. Seguono otto controreazioni. Segue dichiarazione di Vannacci sulle reazioni alle dichiarazioni di Vannacci. Segue talk show dal titolo: “CASO VANNACCI: COSA SUCCEDE ORA?”
Cosa succede ora?
Probabilmente Vannacci ringrazia.

L’errore è confondere la contestazione con la marginalizzazione

Non sappiamo se questa sovraesposizione gli porterà più voti, meno voti o gli stessi voti. E sarebbe intellettualmente disonesto sostenere che basti una polemica televisiva per trasformare automaticamente attenzione in consenso.
Ma una cosa è molto più semplice da osservare:
l’attenzione produce centralità.
E la centralità, in politica, è già capitale.
Il cortocircuito infatti è meraviglioso.
Più lo si vuole descrivere come esterno al sistema, più il sistema gira attorno a lui.
Più lo si dipinge come marginale, più gli si domanda un commento.
Più si annuncia che non detta l’agenda, più si modifica l’agenda per rispondere a quello che ha appena detto.
È come organizzare una conferenza stampa di quaranta minuti per comunicare:
“Vannacci non è importante”.
Forse bastavano cinque secondi.

Il 20 per cento non nasce necessariamente nelle urne. Prima nasce nella testa degli altri

Ecco perché il famoso 20% è interessante più come provocazione che come previsione.
Il punto non è dire che Vannacci ci arriverà. Nessuno può seriamente saperlo oggi.
Il punto è chiedersi cosa accadrebbe se un sistema politico intero continuasse per mesi o anni a comportarsi come se quell’eventualità fosse il problema attorno al quale organizzare le proprie mosse.
Perché prima ancora di conquistare una percentuale nei sondaggi, un politico può conquistare qualcosa di altrettanto prezioso:
lo spazio mentale degli avversari.
Ed è forse questo l’aspetto più paradossale della vicenda.
Vannacci non deve necessariamente convincere tutti. Gli basta riuscire a far parlare tutti.

La domanda allora non è: «Perché inseguire Vannacci?»

È ancora più semplice.
Perché continuare a regalargli una scorta?
Una a destra. Una a sinistra. Una nei talk show. Una sui giornali. Una sui social.
Fino al punto in cui persino il presidente del Senato deve intervenire per spiegare che no, nessuno lo sta inseguendo.
E magari è proprio questo il dettaglio più ironico di tutti.

Per dimostrare che Vannacci non è il centro del discorso politico, tutti continuano a metterlo al centro. La paura fa 90, si sa. Ma a forza di estrarre un numero dopo l’altro, alla fine la tombola rischiano di fargliela fare loro.