Domenica nella lontana Montreal si corre il campionato del mondo di ciclismo su strada in linea ma la notizia è un’altra; per la prima volta in questa stagione senza un favorito assoluto vista l’assenza di Pogacar in seguito alla rovinosa caduta occorsagli in una Vuelta che fino a quel momento aveva monopolizzato vinta da un sicuramente tanto meritevole quanto fortunato spagnolo Mas.
Se osassi azzardare un pronostico direi che, il dominatore della crono, il belga Remco Evenepoel difficilmente si farà sfuggire l’occasione pur insidiato da Van der Poel che al Lussemburgo ha fatto un numero dei suoi propedeutico alla corsa canadese senza dimenticare il britannico Pidcock, il danese Pedersen, il belga Van Aert (l’unico a battere quest’anno in una grande corsa il titanico Pogacar), il giovanissimo talento Seixas e perchè no il nostro Finn vincitore del Giro giovani e del Tour de l’Avenir accoppiata riuscita nella storia al solo Baronchelli nell’anno di grazia 1973.
Il circuito è di quelli belli, selettivo senza essere proibitivo, ricalca il percorso che nel 1974, prima volta fuori dall’ Europa, regalò l’ultima maglia iridata al Re Merckx e due anni dopo l’oro a cinque cerchi alla splendida meteora svedese Johansonn, un circuito aperto a tante soluzioni ma che difficilmente premierà un ciclista di seconda fascia.
Da bambino il giorno del mondiale era un giorno veramente emozionante, era l’unica corsa trasmessa sin dalla partenza con finestre più o meno lunghe fino all’ora di pranzo e poi tutta una tirata fino alla premiazione, un giorno da vivere praticamente sempre nei pressi del televisore, ancora rigorosamente in bianco e nero.
Uno dei più emozionanti che ricordo fu anche uno di quelli ancora discussi tutt’ora. Si correva in Olanda sul circuito di Valkenburg, l’Italia viveva gli anni della mitica rivalità tra Moser e Saronni, Hinault era già un meraviglioso campione, il Belgio gestiva il dopo Merckx con il fortissimo De Vlaeminck e le giovani promesse Willems e De Wolf, l’Olanda aveva il blocco della Raleigh più Zoetemelk e il resto d’Europa aveva corridori di classe purissima come il tedesco Thurau, grandi passisti come il norvegese Knudsen, velocisti di fondo come l’irlandese Sean Kelly.
Nei primi giri la corsa vola via con una serie di attacchi tenuti a debita distanza dal gruppo, finchè a meno di tre giri dalla conclusione sul Belememberg, Saronni piazza una sparata delle sue facendo letteralmente esplodere il plotone compatto, gli olandesi non avendo la forza di replicare si accodano faticosamente trascinandosi al mozzo quel che resta dei favoriti. A questo punto Saronni pago della setacciata tira il fiato ma proprio in quel momento su iniziativa di Willems e Knudsen si sganciano altri quattro corridori più Raas riportato sotto da Lubberding, qualche moto e alcune spinte piacenti di qualche spettatore. Per qualche chilometro la situazione resta fluida ma dietro chi potrebbe inseguire Olanda, Italia, Belgio e Francia si fanno i loro conti e ben presto tirano i remi in barca. L’Olanda ha davanti Raas e Lubberding due dei più forti, il Belgio ha Willems che è uno dei capitani, la Francia ha due gregari ma comunque sono in due e sono robusti, Alfredo Martini citti dell’epoca è combattuto ma alla fine dà fiducia a Giovanni Battaglin che dopo la maglia a pois del Tour ha dominato alcune premondiali e sta letteralmente volando. Nel momento in cui gli azzurri si sfilano la corsa è chiusa, in pochi chilometri il vantaggio arriva a quasi tre minuti.
Davanti il gruppetto spinge ma senza dannarsi l’anima, gli olandesi sono maestri nel limare e i francesi corrono prudenti pur essendo in due, Battaglin è uno degli animatori ma è chiaramente guardingo essendoci nel plotoncino gente più dotata di lui allo sprint come Raas, Willems ed il tedesco Thurau. In un caos di moto, tifosi al centro della strada e un vento fortissimo che fa volare cartelli e striscioni si affronta per l’ultima volta il temuto Cauberg.
Lubberding si sbraccia con una mano e con l’altra spinge Raas, Thurau è al gancio ma da gran passista resiste sulle ruote, i francesi hanno smesso da un pezzo di collaborare, Willems e Knudsen riescono ad arrotarsi e perdono la loro grande occasione, Battaglin tergiversa, poi si sfila e dalla quarta posizione piazza lo scatto che potrebbe essere decisivo ma la salita anche se arcigna è breve e soprattutto è seguita da un lungo falsopiano dove è posto lo striscione dell’ultimo chilometro. Rendendosi conto di non aver ottenuto il risultato atteso con l’ombra dell’infaticabile Lubberding alle spalle, Battaglin si rialza per preparare lo sprint e proprio in quel momento Chalmel parte fortissimo e guadagna subito un paio di cento metri.
Lo striscione dell’ultimo chilometro è volato via così come quello dell’arrivo, la strada è piena di moto strombazzanti, Lubberding non ne ha più e gli altri si guardano, la frittata sembra fatta quando lo smisurato orgoglio e la grande classe di Thurau prende il sopravvento e con una sparata prodigiosa riporta i superstiti sull’esausto e disperato Chalmel che se li vede passare sull’altro lato della strada quando già pensava alla taglia della maglia arcobaleno. Senza indicazioni, tutte volate via, in un caos incredibile di clacson strombazzanti Thurau, Raas, Battaglin e Bernadeau si apprestano a disputare lo sprint non sapendo di essere a cento metri dall’arrivo, Battaglin rompe gli indugi e parte nello stesso momento in cui Thurau, in apnea, devia palesemente la propria traiettoria sterzando verso destra, Raas avvezzo alle battaglie delle corse del nord, spesso decise in passato da scorrettezze, ha occhio fino e si avvede o forse prevede la manovra disperata del teutonico e scarta a sua volta nel momento in cui il prode Giovanni in piedi sui pedali è all’altezza della sua pedivella, il risultato è scontato, Battaglin vola a terra e Raas salta Thurau superando la linea e continuando a sprintare perché non ha percezione di dove sia il traguardo alzando un pugno soltanto quando è all’altezza dei fotografi.
Si è tanto dibattuto sulla mancata squalifica del tedesco e sulla condotta ai limiti di Raas e Lubberding, Battaglin ha sempre proclamato che quel mondiale senza la caduta l’avrebbe vinto, sostenuto da Martini e tutto il team italiano. Io ho sempre pensato che Battaglin in uno sprint con Raas e Thurau avrebbe perso nove volte su dieci ma che quella era proprio la volta buona, non tanto per la condotta di gara, quanto per l’organizzazione scadente e le condizioni ambientali. Giovanni è caduto ad ottanta metri dall’arrivo e avendo anticipato i rivali gli sarebbe bastato mettere la sua ruota davanti a quella di Raas, l’occhialuto olandese non avrebbe avuto il tempo di rimontarlo, certo è che in condizioni normali Jan sarebbe partito almeno a duecento metri dall’arrivo e con Dietrich così stremato non riesco a pensare chi avrebbe potuto rimontarlo. Non me ne voglia nessuno ma quella resta una delle edizioni più appassionanti del campionato del mondo su un circuito molto fiammingo, con tanta approssimazione ma decisamente incerto e imprevedibile con la vittoria finale però appannaggio di uno dei grandi favoriti della vigilia.