Cinquant’anni dopo l’uscita nelle sale, Febbre da cavallo continua a rappresentare uno dei titoli più amati della commedia italiana, capace di attraversare le generazioni grazie a personaggi e battute entrati nell’immaginario collettivo. Eppure, dietro il successo della pellicola diretta da Steno, si nascondono retroscena che fino a oggi erano rimasti poco conosciuti, a partire dalla nascita di uno dei suoi protagonisti più celebri: il Pomata.
A raccontarli è Enrico Montesano, che in una lunga intervista concessa al giornalista Valter Delle Donne per il Secolo d’Italia ha ripercorso la lavorazione del film, tornando anche sul rapporto con Gigi Proietti e sulle circostanze che hanno contribuito a trasformare una commedia in un autentico fenomeno popolare.
L’occasione è stata la celebrazione del cinquantesimo anniversario del film all’ippodromo delle Capannelle, durante un evento dedicato anche ai cento anni dello storico impianto romano, dove Montesano ha potuto rivedere la pellicola restaurata e ricordare un periodo particolarmente significativo della propria carriera.
La rivelazione più sorprendente riguarda proprio Armando Pellicci, detto il Pomata, che secondo l’attore non era presente nella sceneggiatura originaria. Il progetto, infatti, era stato inizialmente concepito come un racconto drammatico sulla dipendenza dal gioco, scritto da Alfredo Giannetti, prima di trasformarsi in una commedia con l’arrivo di Steno e il coinvolgimento di Enrico Vanzina.
Montesano ha spiegato che il suo personaggio nacque soltanto in un secondo momento, quando il regista decise di riunire alcune figure secondarie in un unico ruolo. Una scelta che richiese un importante lavoro creativo, perché il Pomata doveva acquisire una propria identità e trovare spazio accanto al Mandrake interpretato da Proietti.
L’attore ha raccontato di aver contribuito personalmente alla costruzione del personaggio, lavorando sulle battute insieme a Steno e raccogliendo suggerimenti da amici e autori come Mario Castellacci, Pier Francesco Pingitore e Ferruccio Fantone. Una collaborazione che permise di arricchire progressivamente il copione, lasciando spazio anche alle intuizioni nate direttamente durante le riprese.
Ma nell’intervista al Secolo d’Italia c’è anche un altro elemento destinato ad attirare l’attenzione degli appassionati: il rapporto tra Montesano e Gigi Proietti, sul quale negli anni si sono rincorse voci di rivalità e presunte tensioni.
Montesano ha voluto chiarire che tra i due non ci furono mai veri contrasti personali, ma piuttosto una competizione artistica accompagnata da una profonda stima reciproca. Entrambi cercavano di valorizzare il proprio personaggio e di contribuire alla riuscita delle scene, attraverso uno scambio continuo di battute e improvvisazioni che spesso coinvolgeva anche Francesco De Rosa, interprete di Felice.
Proprio questa intesa, secondo Montesano, contribuì a rendere il film speciale. Molte situazioni comiche nacquero infatti dalla spontaneità degli interpreti e dalla disponibilità di Steno ad accogliere nuove idee, anche quando non erano previste nella sceneggiatura.
Un altro passaggio significativo dell’intervista riguarda la leggenda secondo cui Febbre da cavallo sarebbe stato un insuccesso al cinema, prima di essere riscoperto molti anni dopo.
Montesano ha respinto questa ricostruzione, spiegando che il film aveva ottenuto risultati discreti già al momento della sua distribuzione, pur senza trasformarsi immediatamente in un grande successo commerciale. La vera svolta arrivò successivamente, quando le televisioni private iniziarono a trasmetterlo ripetutamente, permettendo alla pellicola di raggiungere un pubblico sempre più ampio.
Le continue repliche contribuirono a rendere familiari i protagonisti e le loro battute, creando un rapporto particolare con gli spettatori che ancora oggi riconoscono e citano le scene più celebri.
Nell’intervista realizzata da Valter Delle Donne trova spazio anche il ricordo del seguito del 2002, Febbre da cavallo – La mandrakata, al quale Montesano partecipò nonostante il proprio ruolo fosse stato progressivamente ridimensionato. L’attore ha raccontato che inizialmente era previsto anche un secondo progetto, dedicato al ritorno del Pomata, che però non venne realizzato.
A distanza di mezzo secolo, il giudizio di Montesano sulla pellicola resta comunque profondamente positivo. Nonostante abbia interpretato numerosi personaggi nel corso della carriera, l’attore considera Febbre da cavallo una di quelle rare esperienze nelle quali ogni componente, dalla regia alla sceneggiatura fino al cast, riuscì a trovare un equilibrio particolarmente efficace.
E proprio pensando a Gigi Proietti, scomparso nel 2020, emerge la dimensione più personale del racconto. Alla domanda su cosa farebbe se potesse tornare per un giorno sul set insieme al collega, Montesano risponde con il desiderio di condividere ancora una volta una scena davanti alla macchina da presa.
Un ricordo che restituisce il significato di un sodalizio artistico rimasto nella storia del cinema italiano e che, attraverso il racconto raccolto dal Secolo d’Italia, permette di riscoprire la nascita di una commedia che continua a far ridere il pubblico anche cinquant’anni dopo la sua uscita.