Un magistrato della Procura di Roma che definisce la presidente del Consiglio Giorgia Meloni "nana borgatara". Non una critica politica, non una contestazione giuridica, ma un attacco personale che sta sollevando una bufera. A pronunciare quelle parole è Alessandro Di Cicco, pubblico ministero in servizio nella Capitale, attraverso un post pubblicato sul proprio profilo Facebook nella serata di domenica 18 ottobre.

"La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia". È questo il contenuto del messaggio riportato da Adnkronos, pubblicato poche ore dopo la decisione di Giorgia Meloni di non sottoscrivere il Dpcm relativo agli adeguamenti retributivi dei magistrati.

La presidente del Consiglio, raggiunta telefonicamente dal direttore di Adnkronos Davide Desario, aveva annunciato la propria contrarietà alla firma del provvedimento, il cui impatto economico viene stimato in circa 979 milioni di euro. Una somma che, secondo Meloni, risulta difficilmente sostenibile nell'attuale situazione economica, mentre il Governo cerca risorse per sostenere autotrasportatori, imprese e famiglie.

La premier ha spiegato che le risorse necessarie sarebbero dieci volte superiori a quelle ricercate per fronteggiare le difficoltà dell'autotrasporto, ribadendo la disponibilità a confrontarsi con le associazioni rappresentative della magistratura.

Il provvedimento contestato riguarda il ricalcolo degli adeguamenti stipendiali relativi ai trienni 2018-2020 e 2021-2023. A seguito dei ricorsi presentati dalle associazioni dei magistrati, la giustizia amministrativa ha riconosciuto l'illegittimità dei precedenti criteri di calcolo, aprendo la strada al riconoscimento delle differenze retributive maturate negli anni.

L'Associazione Nazionale Magistrati ha respinto la ricostruzione secondo cui si tratterebbe di un beneficio straordinario, precisando che gli importi effettivamente spettanti sarebbero sensibilmente inferiori alle stime circolate. Secondo l'ANM, le somme rappresentano arretrati previsti dalla legge e non corrisposti negli anni precedenti.

Ma il punto più controverso, adesso, non riguarda soltanto gli stipendi. Riguarda il linguaggio utilizzato da un rappresentante della magistratura nei confronti della presidente del Consiglio.

Un pubblico ministero è certamente libero di esprimere opinioni personali e di criticare le decisioni del Governo. Tuttavia, definire il capo dell'Esecutivo "nana borgatara" pone un interrogativo sul rispetto istituzionale e sull'immagine di equilibrio e imparzialità che dovrebbe accompagnare l'esercizio della funzione giudiziaria.

La libertà di espressione non elimina la responsabilità delle parole, soprattutto quando provengono da chi è chiamato quotidianamente ad applicare la legge e a rappresentare un'istituzione dello Stato.

Resta da capire se l'episodio provocherà reazioni all'interno della magistratura o eventuali iniziative nelle sedi competenti. Al momento non risultano provvedimenti disciplinari annunciati nei confronti di Di Cicco.

Una vicenda che rischia di alimentare ulteriormente la tensione tra politica e magistratura. Perché una cosa è contestare una decisione del Governo, anche duramente. Un'altra è trasformare il confronto istituzionale in un attacco personale.

E quando a farlo è un magistrato della Repubblica, la questione assume inevitabilmente un peso diverso.