Ogni anno migliaia di procedimenti penali nascono da post pubblicati su Facebook. Basta una frase, un commento o uno sfogo per ritrovarsi indagati con l’accusa di diffamazione aggravata. Ma non sempre un’offesa pubblicata sui social costituisce un reato.
Lo conferma una recente ordinanza del GIP del Tribunale di Cassino, che ha archiviato un procedimento nato da un post Facebook nel quale un’ex ostetrica aveva scritto frasi come “asini di consigli direttivi”, “una squallida professionista” e “zoccola patentata”. A ritenersi destinataria del messaggio era stata Laura Scarpa, allora presidente dell’Ordine della Professione Ostetrica della provincia di Frosinone, che aveva presentato querela per diffamazione aggravata.
La vicenda, inizialmente incardinata davanti al Tribunale di Frosinone, è stata trasferita a Cassino dopo l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla difesa. Successivamente, attraverso una memoria difensiva e un’attività di indagini difensive, sono stati raccolti elementi dai quali è emerso che neppure le persone che avevano letto e commentato il post avevano associato quelle frasi alla presidente dell’Ordine.
La Procura di Cassino ha quindi condiviso integralmente questa impostazione, chiedendo l’archiviazione. Il GIP ha accolto la richiesta, ritenendo che, pur utilizzando espressioni particolarmente offensive, il post non consentisse di identificare con certezza la persona offesa. Proprio l’assenza di un soggetto determinato o determinabile ha escluso la configurabilità del reato di diffamazione.
La difesa, curata dall’avvocato Ivano Nardozi, titolare dello Studio Legale Nardozi & Partners, ha fondato la propria strategia su consolidati orientamenti della Corte di Cassazione in materia di diffamazione sui social network, sostenendo sin dall’inizio che il messaggio fosse troppo generico per consentire l’individuazione della querelante. Una ricostruzione che è stata poi condivisa sia dalla Procura sia dal GIP, fino alla definitiva archiviazione del procedimento.