Dopo quasi trent’anni, il caso dell’omicidio di Tupac Shakur arriva a una svolta giudiziaria. Duane “Keffe D” Davis, ex esponente dei South Side Compton Crips, è stato riconosciuto colpevole dalla giuria della contea di Clark, in Nevada, per la morte del rapper, ucciso a Las Vegas il 7 settembre 1996, all’età di 25 anni.

La giuria ha raggiunto un verdetto unanime dopo circa tre ore di deliberazione, al termine di un processo durato 11 giorni. Davis, 63 anni, è stato dichiarato colpevole di omicidio di primo grado con l'uso di un'arma letale. La sentenza è prevista per il 13 ottobre. L'uomo rischia l'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.

Al termine dell'udienza, Davis ha comunicato al giudice l'intenzione di presentare ricorso contro la condanna.

La notte della sparatoria

Tupac Shakur, conosciuto anche con i nomi d'arte 2Pac e Makaveli, venne colpito da diversi colpi d'arma da fuoco mentre si trovava a bordo di un'auto insieme a Marion “Suge” Knight, allora presidente della Death Row Records.

Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa, poche ore prima della sparatoria si era verificata una rissa nella hall di un casinò di Las Vegas. Nella colluttazione erano coinvolti Shakur, alcune persone del suo entourage e il nipote di Davis.

Per i pubblici ministeri, quell'episodio avrebbe rappresentato l'origine della successiva rappresaglia. Davis, all'epoca associato ai South Side Compton Crips, avrebbe organizzato la risposta all'aggressione, procurandosi un'arma e riunendo alcuni membri del proprio gruppo.

La ricostruzione dell'accusa sostiene che Davis salì quindi a bordo di una Cadillac bianca insieme ad altri tre uomini, tra i quali il nipote. Il gruppo avrebbe iniziato a cercare l'auto sulla quale viaggiavano Shakur e Knight.

Una volta individuata la vettura, uno degli uomini presenti nella Cadillac avrebbe aperto il fuoco. Shakur venne raggiunto dai proiettili e morì sei giorni più tardi, il 13 settembre 1996, a causa delle ferite riportate.

Davis non è indicato come l'uomo che sparò

Uno degli aspetti centrali del procedimento riguarda il ruolo attribuito a Davis. L'ex membro della gang non è stato accusato di aver materialmente premuto il grilletto.

L'accusa lo ha invece descritto come lo “shot-caller”, ovvero la persona che avrebbe organizzato e autorizzato la rappresaglia. Secondo la tesi sostenuta in aula, Davis avrebbe contribuito a pianificare l'attacco e a mettere a disposizione del gruppo l'arma utilizzata nella sparatoria.

L'uomo che avrebbe materialmente sparato contro Shakur non è stato identificato dai pubblici ministeri. Anche gli altri tre uomini che, secondo la ricostruzione dell'accusa, si trovavano con Davis nella Cadillac sono morti negli anni successivi alla sparatoria.

Nel procedimento è stato quindi determinante stabilire se Davis potesse essere ritenuto penalmente responsabile dell'omicidio pur non essendo l'autore materiale degli spari.

Le dichiarazioni di Davis

Per anni gli investigatori hanno considerato Davis una figura di interesse nell'indagine, senza tuttavia arrivare a incriminarlo. Il quadro investigativo è cambiato dopo che l'uomo ha iniziato a parlare pubblicamente del caso.

Le sue dichiarazioni rilasciate nel corso di diverse interviste, insieme alla sua autobiografia del 2019, Compton Street Legend, hanno assunto un ruolo importante nell'indagine e successivamente nel processo.

I pubblici ministeri hanno inoltre presentato alla giuria registrazioni di conversazioni riservate con gli investigatori. In alcune di queste registrazioni Davis avrebbe descritto le circostanze che precedettero la sparatoria e la propria reazione alla rissa nella quale era stato coinvolto il nipote.

Per l'accusa, quelle dichiarazioni hanno contribuito a ricostruire la dinamica dell'agguato e il ruolo che Davis avrebbe avuto nella sua organizzazione.

La linea della difesa

La difesa ha concentrato gran parte della propria strategia sull'attendibilità delle dichiarazioni di Davis e sulla solidità delle prove raccolte dagli investigatori.

L'avvocato Michael Sanft ha sostenuto che il racconto del suo assistito non fosse sufficientemente corroborato da elementi indipendenti e ha contestato le modalità con cui le autorità avevano condotto e gestito l'indagine.

Nel corso dell'arringa finale, la difesa ha posto particolare attenzione all'autobiografia pubblicata da Davis, mettendone in dubbio il valore come prova dei fatti. Secondo Sanft, il testo avrebbe dovuto essere considerato un'opera narrativa e non una confessione.

La giuria ha tuttavia accolto la ricostruzione dell'accusa e dichiarato Davis colpevole.

Un caso rimasto irrisolto per decenni

L'omicidio di Tupac Shakur è rimasto per quasi tre decenni uno dei casi più noti e discussi nella storia della musica contemporanea. La morte del rapper, avvenuta quando aveva appena 25 anni e si trovava all'apice della carriera, ha alimentato nel tempo numerose ipotesi e ricostruzioni sulla dinamica della sparatoria e sui possibili responsabili.

La condanna di Davis rappresenta il primo esito giudiziario diretto per l'omicidio del rapper. Resta invece irrisolta, sul piano giudiziario, l'identità della persona che materialmente avrebbe sparato contro Shakur.

Davis ha annunciato ricorso. Il procedimento giudiziario, dunque, non può ancora considerarsi definitivamente concluso.