Mentre le immagini degli scontri nelle piazze italiane continuano a far discutere, tra devastazioni, tensioni e attacchi alle forze dell'ordine, arrivano le parole destinate a suscitare polemiche di Alessandro Gassmann. L'attore, intervenuto a Roma durante il festival cinematografico Alice nella Città, ha commentato le proteste degli ultimi giorni con un'affermazione che difficilmente passerà inosservata: "È inevitabile che poi i più deboli diventino violenti".
Una dichiarazione forte, pronunciata mentre nel Paese si discute del confine tra il diritto costituzionale a manifestare e gli episodi di violenza che hanno accompagnato alcune mobilitazioni. Gassmann, impegnato nella presentazione del film "Figli perduti", ha collegato la rabbia dei giovani alla mancanza di ascolto da parte delle famiglie e della società.
Secondo l'attore, le manifestazioni nascono anche da rivendicazioni legittime, come il diritto allo studio e la possibilità di trovare un'abitazione a prezzi accessibili. Problemi reali, che riguardano migliaia di studenti e che meritano risposte concrete. Ma è proprio nel passaggio dalla protesta alla violenza che le sue parole diventano particolarmente controverse.
Gassmann ritiene che i ragazzi più fragili, lasciati soli e inascoltati, possano sviluppare una rabbia destinata a esplodere. L'attore ha inoltre chiamato in causa le responsabilità educative delle generazioni precedenti, dichiarando di avercela soprattutto con i genitori di questi giovani.
Resta però una questione fondamentale: comprendere le ragioni del disagio sociale non significa considerare inevitabili le aggressioni, le devastazioni o gli attacchi contro chi indossa una divisa. Il diritto di manifestare è sacrosanto, così come quello di chiedere maggiori opportunità, ma non può trasformarsi in una giustificazione della violenza.
Le parole di Gassmann non costituiscono un'esplicita difesa dei comportamenti violenti, ma rischiano di alimentare un equivoco pericoloso: quello di considerare la violenza una conseguenza quasi obbligata delle difficoltà personali e sociali. Una lettura discutibile, soprattutto nei confronti dei tanti giovani che affrontano problemi economici, familiari e lavorativi senza scegliere la strada della sopraffazione.
Perché protestare è un diritto, ascoltare i giovani è un dovere, ma rispettare le persone, le istituzioni e le regole della convivenza civile resta una responsabilità individuale. E nessuna condizione di disagio può cancellarla.