C'è un momento, negli stadi, in cui il rumore delle curve diventa così assordante da impedire persino di capire che partita si stia giocando.
Da una parte i cori, dall'altra gli striscioni. Da una parte i fedelissimi, dall'altra gli irriducibili. Ognuno con i propri colori, i propri capi, le proprie verità indiscutibili. E chi non canta viene guardato con sospetto. Perché negli stadi, come talvolta nella finanza italiana, non schierarsi viene scambiato per tradire.
È quello che è accaduto negli ultimi due anni intorno al Monte dei Paschi di Siena.
Una vicenda che avrebbe dovuto riguardare il futuro del sistema bancario italiano, la valorizzazione del risparmio e la costruzione di nuovi equilibri industriali si è progressivamente trasformata in un derby permanente.
Curva Nord contro Curva Sud. Una cordata contro l'altra. Un amministratore contro un altro. Un progetto industriale contro un progetto di potere.
E in mezzo, quasi invisibili, quelli che non hanno mai voluto indossare una sciarpa.
Quelli che non stavano in curva.
Non per indifferenza. Non per opportunismo. Ma perché avevano capito, per codice genetico o per vocazione, che il compito di un investitore istituzionale non è tifare. È custodire valore, esercitare responsabilità, guardare oltre il risultato della domenica.
Casse previdenziali, fondi pensione, fondazioni, investitori di lungo periodo. Soggetti diversi per natura, mandato e responsabilità, ma accomunati da una possibile idea del proprio ruolo: non essere comparse nel teatro delle cordate, bensì proprietari consapevoli del capitale che amministrano.
A loro vorrei rivolgere un appello.
Non è più il tempo di scegliere una curva. È il tempo di occupare il centro del campo.
La tribuna delle autorità si è svuotata
C'è però un'altra immagine che racconta questa partita.
Mentre le curve si fronteggiavano, la tribuna delle autorità si è lentamente svuotata.
Il Ministero dell'Economia, il Governo, la politica. Quelli che avrebbero dovuto almeno indicare quale interesse generale fosse in gioco, quale architettura del credito fosse desiderabile per il Paese, quale equilibrio tra mercato, concorrenza e risparmio si intendesse perseguire.
Uno dopo l'altro, metaforicamente, hanno lasciato il proprio posto.
Forse per non essere coinvolti negli scontri. Forse per evitare che una scelta industriale diventasse una responsabilità politica. Forse perché è sempre più comodo dichiararsi spettatori quando si è contribuito ad allestire lo stadio.
Il Tesoro, del resto, non ha partecipato al voto dell'assemblea del 29 ottobre.
Un'assenza legittima, spiegata con l'esigenza di non interferire nelle dinamiche di mercato. Ma che lascia aperta una questione più grande: può lo Stato limitarsi a non interferire quando il mercato sta ridisegnando una parte significativa dell'infrastruttura finanziaria nazionale?
Non si tratta di chiedere alla politica di scegliere il vincitore. Si tratta di pretendere che sappia distinguere tra neutralità rispetto ai contendenti e responsabilità rispetto alle conseguenze.
Perché l'arbitro deve essere imparziale. Ma chi ha la responsabilità dell'impianto non può fingere che ciò che accade sugli spalti non lo riguardi.
Il fischio finale che non c'è stato
L'assemblea del Monte ha pronunciato un verdetto netto sul progetto di Luigi Lovaglio.
Sono state respinte le operazioni su Banco BPM e Banca Generali, così come la fusione con Mediobanca e il maxi-dividendo.
Un risultato inequivocabile. Ma attenzione a confondere il risultato di una votazione con la conclusione di una partita.
La bocciatura di un progetto non costituisce automaticamente l'approvazione incondizionata di quello concorrente.
E soprattutto non cancella il dovere degli azionisti di ottenere il massimo valore possibile dalla partecipazione che detengono.
Il mercato, intanto, continua a esprimere per MPS un prezzo superiore al controvalore dell'offerta Intesa. Dodici centesimi, secondo le quotazioni considerate alla vigilia di questo articolo.
Pochi spiccioli per chi guarda soltanto il tabellone. Centinaia di milioni, su scala complessiva, per chi conosce il valore del capitale.
Non sono necessariamente la prova di un prossimo rilancio. Ma sono sufficienti a ricordare che il prezzo finale non è una questione da archiviare con un applauso.
Perché una cosa è votare contro Lovaglio. Un'altra è consegnare a Messina, senza ulteriori valutazioni, tutto il valore potenziale del Monte.
E una terza cosa, assai più importante, è domandarsi quale quota delle sinergie industriali debba essere riconosciuta agli azionisti della banca acquisita.
L'appello agli equilibrati
Mi rivolgo dunque a quelli che in questi due anni hanno sopportato l'accusa più fastidiosa che si possa rivolgere in un'epoca di tifoserie: quella di non essere abbastanza schierati.
A quelli che hanno valutato i progetti senza innamorarsi dei protagonisti.
A quelli che hanno riconosciuto i meriti del risanamento del Monte senza per questo considerare intoccabile il suo management.
A quelli che hanno compreso le ragioni industriali di un consolidamento bancario senza ritenere inevitabile qualunque prezzo o qualunque assetto di potere.
A quelli che hanno continuato a distinguere il valore di un'impresa dalle ambizioni di chi la guida.
Non siete rimasti senza squadra. Avete semplicemente rifiutato di confondere la squadra con la proprietà dello stadio.
Ora è il momento di far pesare quella distinzione.
Non per costruire una terza cordata. Sarebbe soltanto un'altra curva, magari con biglietti più costosi.
Ma per affermare un metodo.
Gli investitori istituzionali possono chiedere valutazioni indipendenti, trasparenza sulle sinergie, chiarezza sulle condizioni definitive dell'offerta e sulle conseguenze industriali dell'integrazione.
Possono confrontarsi pubblicamente sui principi della buona governance, mantenendo ciascuno la propria autonomia decisionale e il rispetto delle regole del mercato.
Possono soprattutto ricordare che amministrare il risparmio altrui significa esercitare una responsabilità che non si esaurisce nella convenienza di una singola seduta di Borsa.
Non è un invito a bloccare l'operazione. È un invito a non rinunciare alla propria funzione.
Il risparmio non è una tifoseria
Da troppo tempo il capitalismo italiano conosce azionisti forti perché organizzati e azionisti deboli perché dispersi.
Conosce manager capaci di costruire consenso, cordate capaci di aggregare partecipazioni, intermediari capaci di orientare operazioni miliardarie.
Ma fatica ancora a riconoscere una soggettività autonoma a chi amministra il risparmio previdenziale, assistenziale e collettivo.
Eppure è proprio qui che potrebbe nascere una nuova stagione della cittadinanza economica.
Non un capitalismo senza proprietari. Al contrario: un capitalismo nel quale i proprietari tornino a esercitare responsabilmente i propri diritti.
La Costituzione tutela il risparmio all'articolo 47. Non lo considera soltanto denaro da remunerare, ma una risorsa da incoraggiare e proteggere.
E il risparmio istituzionale, quando è destinato a garantire pensioni e prestazioni future, porta con sé una responsabilità ancora più evidente: trasformare il rendimento presente in sicurezza futura.
Questo non autorizza alcuno a sacrificare gli interessi dei beneficiari sull'altare di un generico interesse nazionale.
Impone, semmai, di capire che il miglior interesse dei beneficiari non coincide necessariamente con il guadagno più rapido, né con l'adesione più comoda alla cordata che sembra avere vinto.
Il valore si misura. La responsabilità si esercita. Il futuro si custodisce.
Dopo gli ultras, i proprietari
Non so se Intesa migliorerà ancora la propria offerta. Non so se il mercato abbia già incorporato ogni possibile sviluppo dell'operazione.
So però che sarebbe un errore considerare gli investitori istituzionali soltanto come voti da conquistare prima dell'assemblea e azioni da raccogliere durante l'offerta.
Sono qualcosa di più.
Sono una parte potenzialmente decisiva di quella terza rappresentanza economica che ancora fatica a trovare voce nel capitalismo italiano.
Non rappresentano una fazione politica. Non devono diventare una lobby autoreferenziale. E non possono pretendere di sostituirsi agli organi societari o alle autorità di vigilanza.
Ma possono finalmente comportarsi come ciò che sono: titolari di diritti, portatori di responsabilità, custodi di interessi che attraversano le generazioni.
La partita del Monte dei Paschi, allora, può insegnare qualcosa che va molto oltre Siena.
Quando le curve si prendono tutto lo stadio e la tribuna delle autorità si svuota, resta un problema: chi difende il valore della partita?
Non chi urla più forte. Non chi espone lo striscione più grande. Non chi festeggia prima del fischio finale.
Ma chi ha la pazienza di guardare il campo, leggere il risultato e ricordare che domani ci sarà un altro campionato.
Agli equilibrati, dunque, non chiedo di scendere in campo per vincere una guerra ormai combattuta da altri. Chiedo di non abbandonare il campo proprio adesso.
Perché gli ultras, alla fine, tornano a casa. I dirigenti cambiano squadra. Gli allenatori vengono esonerati. E dalla tribuna delle autorità qualcuno può sempre sostenere di non aver visto nulla.
Ma il capitale resta. Il risparmio resta. Le responsabilità restano.
E soprattutto resta il futuro di chi quel risparmio lo ha affidato ad altri.
La partita delle cordate può anche essere finita. Quella della responsabilità proprietaria deve ancora cominciare.